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Paralleli biblici nelle opere di J. R. R. Tolkien

Un aspetto dell’opera di J. R . R. Tolkien che resta spesso nascosto al grande pubblico, e che anche tra molti dei suoi fans più agguerriti ed entusiasti non viene tenuto nella giusta considerazione, è il suo essere profondamente cristiano e cattolico. Numerosi passi delle sue lettere e di altri scritti lo testimoniano. Il mondo che egli “scoprì” attraverso le sue opere ed il proprio mestiere di scrittore e filologo è fondamentalmente, come lo stesso Tolkien spiegò “un mondo momoteista” collocato in un’era pre- cristiana. Non un altro mondo dunque, ma questa nostra stessa terra che, attravesro il linguaggio del mito, rivisitato attraverso la rivelazione giudaico- cristiana, lascia trasparire delle anticipazioni di quelle verità universali ed eterne che il cristianesimo porterà poi ad essere conosciute chiaramente. Molti blog e siti internet concordano con questa tesi; oggi vi propongo la lettura di una pagina in inglese che cerca di trovare dei paralleli biblici all’opera di Tolkien. Badate bene; non si intende con questo che le sue opere siano una riscrittura o una allegoria. Tutt’altro; il Silmarillion, il Signore degli anelli ed altre opere cn il linguaggio del mito e del racconto sapienziale cercano di portare alla luce qualcosa non solo che è avvenuto in passato, ma che ancora oggi può giovare al nostro vivere nella nostra quotidianità. Non evasione dal reale dunque, ma una vera e propria immersione nelle realtà più importanti e profonde della vita umana.

 

Qui l’analisi dei paralleli biblici alle opere di Tolkien del dott. Alfred D. Byrd

L’arrivo di Sauron. Un racconto inedito che sembra “The Road”

di Edoardo Rialti

da “Il Foglio”

Tu sei il mio unico figlio, il mio carissimo figlio, e vorrei che in ogni nostra scelta fossimo come uno solo. Ma scegliere dobbiamo – sia tu che io – giacché al tuo ultimo compleanno sei divenuto uomo d’armi e al servizio del re. Scegliere dobbiamo tra Sauron e i Signori (o Uno più grande ancora). Immagino tu sappia che non tutti i cuori in Númenor sono attratti da Sauron?”. “Sì, anche in Numenor ci sono dei pazzi”, disse Herendil, abbassando la voce, “ma perché parlare di cose simili all’aperto? Desideri forse attirare del male su di me?”. “Non porto alcun male”, disse Elendil. “Ed ecco cosa ci è imposto: scegliere tra mali, son questi i primi frutti della guerra. Ma guarda, Herendil! La nostra è una Casa di sapienza e di conoscenza vigile, ed è stata a lungo riverita per questo. Io ho seguito mio padre, per come ho potuto. Seguirai tu me? Cosa sai della storia del mondo o di Númenor? Non hai che 44 anni [gli uomini di Númenor invecchiano assai più lentamente dei comuni mortali. A ottant’anni sono ancora nel pieno del vigore, nda]. E non eri che un bambino all’arrivo di Sauron. Non puoi capire come fossero i giorni prima di allora. Non puoi scegliere nell’ignoranza

 

“Eppure altri, più anziani o saggi di me o di te, hanno scelto”, fece Herendil. “E dicono che la storia dà loro conferma, e che Sauron ha gettato nuova luce sulla storia. Sauron la storia la conosce, tutta quanta”. “Certo, Sauron la conosce, ma egli distorce la conoscenza. Sauron è un bugiardo!”. La rabbia crescente fece alzare la voce di Erendil. Le parole suonarono come una sfida. “Tu sei pazzo” disse suo figlio, volgendosi alfine verso suo padre con occhi timorosi ed impauriti. “Non dirmi cose simili! Loro potrebbero, potrebbero…”. “Chi sono questi loro, e cos’è che potrebbero fare?”, chiese Elendil, ma il brivido della paura passò dagli occhi di suo figlio al suo stesso cuore.
“Non chiederlo! E non parlare così forte!”. Herendil si voltò altrove, e giacque a terra con la faccia nascosta tra le mani. “Lo sai che è pericoloso per tutti noi. Chiunque egli sia, Sauron è potente, e può ascoltare. Ho paura dei sotterranei, e ti voglio bene, ti voglio bene. Atarinyatye-melàne.”
Atarinya tye-melàne, padre mio, ti voglio bene. Le parole suonarono strane, ma dolci: addolcirono il cuore di Erendil. “A yonya inye tyemèla: ti voglio bene anch’io, figlio mio”, disse, sentendo mentre parlava strana ogni sillaba, ma vivida.

 

(J. R. R. Tolkien, “La strada perduta”, romanzo incompiuto. Traduzione di Edoardo Rialti)

 

 

Oromë

Dopo alcuni mesi di pause riprende la nostra rubrica sui valar, le valier, la loro storia ed i loro nomi. Per le puntate precendenti potete consultare la pagina “Personaggi di Arda”.

Il Valar che oggi presentiamo è la figura di Oromë il cui nome in lingua Quenya significa “Corno Suonante” e che è conosciuto e nominato anche come Aldaron, Araw, Béma, Tauron, Il Grande Cacciatore, Il Grande Cavaliere e Signore di Foreste.

Durante l’epoca dei due alberi, nella quale molti dei Valar si ritirarono a Valinor, in Aman, dalla terra di mezzo, egli continuò la propria vita nelle forsete; così fu egli lo scopritore degli Elfi al loro risveglio a Culviénen.

Viene considerato fortissimo tra i cacciatori e fu impegnato nella lotta contro Morgoth; porta sempre con sè un grande corno da caccia, il Valaròma, capace col proprio suono di atterrire tutte le creature al servizio di Morgoth. Lo accompagna sempre il suo fedele destriero, enorme per la sua taglia, Nahar, dal manto bianco più della neve di giorno e grigio argento di notte, con zocoli dorati.

Oromë è fratello di Nessa e sposo di Vana.

Yvanna Kementàri, dispensatrice di frutti

La nostra conoscenza dei principali Valar dimoranti in Valinor si arricchisce oggi con una figura che risulta di particolare interesse e bellezza; essa è una sorta di minerva della terra di mezzo, ovvero Yvanna Kementàri. Con le figure di ManweVarda Elentàri e Ulmo, viste in precedenza, Yvanna è tra le Valier (femminile di Valar nda) più potenti ed importanti per l’origine del mondo, per la cosmogonia e la storia dei tempi remoti.

La dispensatrice di frutti, come viene chiamata, è particolarmente legata alla vala Vána, della quale nel Silmarillion è detta sorella, ed allo stesso tempo nel pensiero di Illuvatar è sposa di Aulë, il responsabile della creazione dei Nani.

Il nome di Yvanna etimologicamente in Quenya significa appunto “dispensatrice di frutti”, ma le è solitamente apposto anche l’epiteto Kementári, ovvero “regina della terra”. Entrambi i suoi nomi drivano dalle sue qualità per le quali crea e fa crescere piante e frutti. Un altro nome con cui è indicata è Palùrien.

La vicenda di Yvanna è legata alla creazione dei due Alberi. Questi ultimi furono creati dal canto di Yvanna dopo l’arrivo dei Valar a Valinor; crebbero così Telperion (argenteo) e Laurelin (aureo). Telperion (detto anche Silpion e Ninquelótë) era considerato maschio, e di età maggiore, in quanto giunse per primo nel pieno del suo sviluppo; mentre Laurelin (detta anche Malinalda e Culúrien) femmina e di età minore. Gli Alberi erano crebbero, secondo la storia, sulla collina di Ezellohar, alla presenza di tutti i Valar. Questa fu l’opera più bella e feconda di Yvanna; due alberi che erano allo stesso tempo fonte di luce, argentea o dorata. La rugiada di entrambi era raccolta da Varda come sorgente di luce o acqua.

La luminescenza di ciascun albero si alternava a quella dell’altro: in sette ore ogni albero raggiungeva il massimo splendore per poi diminuire, e un’ora prima che lo splendore di un albero cessasse, l’altro iniziava a emanare luce. Telperion cessava di splendere alla sesta ora, e Laurelin alla dodicesima. Un “giorno” scandito dalla luce degli Alberi durava quindi dodici ore. C’era quindi due volte al giorno un’ora, contemporaneamente di “alba” e di “tramonto”, in cui le luci di entrambi gli alberi erano tenui e si fondevano armoniosamente insieme.

Tuttavia Melkor, invidioso della bellezza creata da Illuvatar, dagli Ainur e dai Valar, si alleò con il ragno gigante Ungoliant (la progenitrice della razza dei ragni giganti, inclusa Shelob) per annientare Telperion e Laurelin. Fu proprio Melkor a colpire i due Alberi, circondato dalla tenebra assoluta, mentre Ungoliant ne divorava la linfa e la luce, fino a lasciarli avvelenati e privi di vita.

Per Yvanna fu impossibile creare altri due Alberi. Per rimediare in parte alla devastazione di essi con il suo canto, aiutata dalle lacrime di Nienna (già servite in precedenza durante la prima cresita dei due Alberi) riuscì in parte a resuscitarli. Tuttavia gli sforzi valsero solo a far fiorire gli ultimi due fiori delle due piante, uno per ciascuna. Mentre le spoglie dei due alberi venivano lasciate a perenne memoria della felicità perduta sulla collina sulla quale erano nati, i fiori vennero affidati a mani che ne facessero buon uso. Il fiore di Telperion venne affidato al Maiar (un Ainur minore, come Gandalf, Radagast e Saruman) Tilion, e divenne Isil – la Luna – mentre il frutto di Laurelin venne consegnato alla Maiar Arien e divenne il Sole. Questo è il motivo per cui nel Signore degli Anelli “Sole” è considerato di genere femminile, mentre “Luna” è maschile (da notare che tale genere si riscontra anche nella mitologia nordica con gli dei Sòl e Máni).

Sebbene non fosse riuscita a ricreare i due bellissimi alberi Yvanna su modello di Telperion creò Galathilion, che venne donato agli elfi di Valinor e piantato in Tirion. Da questo albero discese poi Celeborn di Tol Eressëa, dal quale discende Nimloth, l’albero bianco di Numenor, da un suo pollone, salvato da Isildur alla distruzione di Numenor, l’Albero bianco di Gondor, simbolo del potente reame degli uomini.

Tornando per un attimo allo sposo di Yvanna, Aulë, del quale parleremo più ampiamente in un prossimo articolo, dobbiamo anche vedere la vicenda della creazione dei Nani. Per il proprio carattere Aulë fu portato a creare, come ogni Vala; tuttavia egli si spinse ad imitare fortemente Eru Illuvatar e, andando oltre le proprie prerogative, formò i nani. Illuvatar, conoscendo la creazione di Aulë lo mise alla prova e lo rimproverò fortemente. Aulë decise così di distruggere le proprie creature ma, proprio sul punto di librare su di esse il colpo, venne fermato da Eru (notare la somiglianza dell’episodio con il racconto biblico del sacrificio di Isacco). Eru diede prova del suo amore per l’opera di Aulë adottando i nani come figli. Yvanna temette tuttavia che essi potessero abbattere tutti gli alberi della terra di mezzo. Manwë le ricordò però che durante la musica degli Ainur (la sinfonia diretta da Illuvatar durante la creazione del mondo) ella aveva già visto le proprie creature (alberi e piante) ed era consapevole del fatto che esse potessero difendersi da sole. Oltre a questo anche gli Ent, i pastori degli alberi, avrebbero in seguito dato il loro contributo alla protezione degli alberi, finche gli Elfi avessero abitato la terra di mezzo e la gioventù degli uomini non fosse passata.

Altra iniziativa dovuta ad Yvanna fu la scelta diRadagast come membro degli Istari, gli stregoni che si sarebbero opposti al rinato potere di Sauron. Tutto questo avvenne nella Terza Era.

Nella escatologia della Terra di Mezzo Yvanna avrà nuovamente il compito di creare i due Alberi andati distrutti. Dopo la Dagor Dagorath, la grande battaglia della fine dei tempi, sarà infatti Fëanor a recuperare i tre Silmaril, le tre preziosissime gemme, e a darle alla vala perchè lei possa romperli e riportare in vita le sue due creazioni più meravigliose.

 

Un’ intervista interessante a Thomas Howard

Nei meandri più inaspettati della rete spesso si trova no chicche vere e proprie di chiarezza ed eleganza, come questa intervista che vi pubblico qui dal sito http://www.gliscritti.it. Tratta di vari temi riguardanti l’opera di Tolkien, in particolare del ruolo della fede di Tolkien nella redazione delle sue opere, del valore dell’amicizia e di alcuni caratteri che lo rendono un autore importantissimo per il ‘900 e la letteratura successiva. Buona lettura!

NB: Purtroppo l’autore del sito sopra citato non ha inserito la provenienza dell’articolo, da lui tratto dal web a quanto dichiara. In ogni caso pubblico link alla pagina interessata.

www.gliscritti.it

Thomas Howard ha insegnato Letteratura inglese al St.John’s Seminary di Brighton in Massachusetts fino al 1998. Convertitosi dal protestantesimo evangelico, Howard è autore di un libro famoso: Evangelical is not enough. Fu amico di C.S, Lewis ed esperto dell’opera di Charles Williams, entrambi, insieme a Tolkien, membri del circolo degli Inklings. Thomas Howard ha recentemente tenuto un corso su Il Signore degli Anelli all’International Theological Institute di Gaming (Austria). Quando Von Balthasar visitò gli Stati Uniti per la prima volta volle conoscere Howard, autore del libro The novels of Charles Williams (New York, Oxford University Press, 1983).

Innanzitutto, ha senso parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”, o, dopo i tentativi di appropriarsene fatti da destra e da sinistra, non si rischia, per così dire, di battezzare quella che è principalmente una (bellissima) favola?

A un livello superficiale così come a un livello più profondo, siamo autorizzati a parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”. Chi ce ne da il diritto è lo stesso Tolkien, che ha detto che non avrebbe mai potuto scrivere la saga se non fosse stato cattolico. Inoltre egli ha individuato, in molti elementi della narrazione, una specifica analogia con categorie cattoliche (in una conversazione con Clyde Kilby disse che riteneva Gandalf un angelo). A un livello più profondo, naturalmente, scopriamo che l’intera struttura della Terra di Mezzo è assolutamente comprensibile per qualsiasi serio cattolico. Per esempio, il bene e il male, così come vengono intesi dalla Chiesa, nella Terra di Mezzo non sono diversi da come noi ne facciamo esperienza. Il male è parassitico, e non ha altra funzione che quella di distruggere la buona solidità e bellezza che caratterizza la creazione. Gollum è un esempio significativo: in origine creatura molto simile agli Hobbit, il male lo ha poi ridotto a un sibilante, ringhioso, inaridito frammento di quello che è un Hobbit. Lo stesso vale per il paesaggio di Mordor: il male ha distrutto tutto ciò che era meraviglioso e fertile, e vi ha lasciato solo cumuli di cenere e fango.
Anche la sofferenza subita “in vece di qualcun altro” è di fondamentale importanza nella saga, come lo è per il cattolicesimo: la Compagnia dell’Anello sopporta ciò che sopporta per amore della salvezza del mondo, per così dire. Questo preannuncia ciò che è centrale per la nostra storia, ossia le sofferenze di Nostro Signore, e quelle dei santi, a favore dell’umanità peccatrice. Un avvertimento: Tolkien ha sempre dimostrato un’antipatia verso l’allegoria (riteneva che Narnia di Lewis fosse troppo allegorica), cosicché di fatto c’è il rischio di “battezzare” tutto con eccessivo zelo. Frodo non è Cristo, e nemmeno lo è Aragorn (lo sconosciuto, ma legittimo re che sta per tornare). Galadriel, per quanto pura e amabile possa essere, non è un’allegoria della Madonna. Ma, alla fine, possiamo con l’approvazione di Tolkien parlare della saga come di un capolavoro cattolico. Un post scriptum potrebbe essere l’osservazione che nessun protestante avrebbe plausibilmente potuto scrivere questa saga, poiché essa è profondamente “sacramentale”. Ossia: si raggiunge la salvezza solo attraverso mezzi concreti, fisici (l’Incarnazione, il Golgotha, la Resurrezione e l’Ascensione); e la storia di Tolkien è disseminata di “sacramentali” (il lembas, il viatico degli Elfi, dall’originario lennmbass, “pane da viaggio”; la fiala di luce di Galadriel; il mithril, in elfico è l’argento di Moria, il vero argento; Vathelas, la foglia di re, erba risanatrice così chiamata dagli Elfi).

Più che la comunicazione di un messaggio nascosto, il pregio principale del libro sembra quello di essere una grande allegoria della vita. Come dice C.S. Lewis, «nessun altro mondo è così palesemente oggettivo» come quello creato da Tolkien: gli uomini sono uomini in modo più vero, gli amici più amici di quanto spesso sperimentiamo ogni giorno. Insomma: la realtà in trasparenza. Come è possibile che un mondo fantastico ci avvicini alla natura delle cose?

Ripeto, la parola allegoria non piacerebbe a Tolkien. Gradirebbe molto di più il termine analogia. Personaggi, luoghi e oggetti della sua saga non sono simboli o allegorie o altro. Sono ciò che sono, in primo luogo. Ma si può anche dire che sono “casi esemplari” di questa o quell’altra cosa di cui noi facciamo esperienza nel nostro mondo “primario”. Ancora: Gollum non è simbolo di un’anima che si muove velocemente verso la dannazione finale: è un esempio significativo, riconoscibile dal nostro mondo, di ciò che effettivamente il male fa a una creatura. L’unica differenza fra i due mondi è che nella Terra di Mezzo riusciamo a cogliere la differenza, mentre nel nostro mondo uno può «sorridere e sorridere, ed essere un malvagio» (Otello). Il modo in cui questo mondo “fantastico”, paradossalmente, ci avvicina alla vera natura delle cose del nostro mondo (mentre a un osservatore superficiale tale fantasia potrebbe sembrare la più imperturbata evasione dalla realtà) è che questo genere di narrazione ci da distanza e prospettiva. Ci coglie di sorpresa quando la nostra guardia è abbassata. Una volta ho chiesto a Lewis perché la Passione di Aslan (episodio di Cronache di Narnia; ndr) mi commuovesse più del racconto della crocifissione, quando sapevo perfettamente che Aslan è “solo” una fantasia. Lewis mi ha risposto che quando io leggo il Vangelo, tutte le mie aspettative “religiose” sono in fremente attesa («Io DOVREI reagire in un certo modo, ossia essere grato e probabilmente addolorato»); invece dalla Passione di Aslan vengo colto alla sprovvista, e dunque può accadere che ne venga sopraffatto. Allo stesso modo ci accorgiamo, con nostra sorpresa, che le stesse rocce, l’acqua, le foreste e i villaggi della Terra di Mezzo stimolano la nostra capacità di “vedere” le rocce, l’acqua e così via del nostro mondo. Quanti di noi hanno detto, durante una passeggiata in montagna, «Beh, qui è così bello da sembrare quasi la Terra di Mezzo!».

Lo stregone Gandalf è sicuramente una delle figure più affascinanti, oltre che sicuramente la più potente, tra quelle che militano per il bene nella Terra di Mezzo. In fondo è una divinità che ha assunto i limiti della forma umana, nella prima parte della trilogia muore (lottando con un essere demoniaco nelle viscere della terra) per poi risorgere purificato. Perché Gandalf sembra spendere le sue energie soprattutto affinché ciascuno si impegni liberamente nella lotta contro il male?

Gandalf impiega le sue titaniche energie in modo così disinteressato perché, per così dire, “così stanno le cose”. Ossia, uno dei misteri della natura delle cose (nel nostro mondo come nella Terra di Mezzo) è che il bene deve essere scelto, non imposto. Tale libertà sembra essere una qualità peculiare del Bene. La coercizione non conduce mai, né gli uomini né gli Elfi, al bene. Gandalf questo lo sa. Dunque egli arriva fino a un certo punto. Non può agitare il suo bastone per allontanare l’Anello, e nemmeno può far sì che Saruman ritorni buono. Egli è servitore del Bene, non lo possiede. Si può anche far notare, in riferimento alla domanda, che non possiamo dire che Gandalf “muoia”. Senza dubbio egli “scivola negli abissi” nel suo combattimento con il Balrog (creatura mostruosa e malvagia, letteralmente “demone di potere”). E in seguito, nel suo resoconto dell’episodio, egli fa riferimento per sommi capi a quell’esperienza. Ma Tolkien evita di dirci che Gandalf muore.

Frodo ha ricevuto l’Anello, spetta quindi a lui provvedere alla sua distruzione; Gandalf, che sarebbe certamente più qualificato, non cerca mai di sostituirsi a lui, ma lo esorta a portare a termine il suo compito, come anche gli altri membri della Compagnia dell’Anello. Nel tratto finale della salita alla Voragine del Fato, Frodo non è più in grado di proseguire e Sani, non potendo portare il “fardello” al posto suo neanche per pochi metri, si carica in spalla l’amico. Amicizia e compito: c’è un legame? E poi c’è la tenera amicizia che lega gli Hobbit. Che cosa è l’amicizia ne Il Signore degli Anelli!

Certamente l’amicizia ne Il Signore degli Anelli è affine a ciò cui Lewis si riferisce in The Four Loves (I quattro amori; ndr), all’interno della categoria phileo. È una delle manifestazioni dell’amore. Non ci potrebbe essere alcuna amicizia fra gli Orchi, o fra i Cavalieri Neri. Sauron odia i suoi servi. Ma il Bene dipende, per così dire, da questo legame disinteressato tra Frodo e Sam, o tra tutti i membri della Compagnia dell’Anello, poiché è una caratteristica della vera felicità (e deriva dal Bene) il fatto che noi «sopportiamo gli uni i pesi degli altri e così adempiamo la legge» di Cristo nella nostra storia e il Bene nella Terra di Mezzo. Vi è una duplice appropriatezza nel fatto che sia Frodo a dover essere il portatore dell’Anello: 1) questo fatto ingannerà Sauron, divertito solo all’idea che dei mezzi uomini possano intraprendere un compito tanto spaventoso; 2) Dio ha scelto ciò che è debole in questo mondo per confondere i forti (e potremmo tradurre tutto ciò in termini “tolkiani” senza troppe difficoltà). Lo stesso potere di Gandalf sarebbe pericoloso se fosse lui il portatore dell’Anello, e lui questo lo sa, così come ne sono consapevoli Galadriel ed Elrond. Gli Hobbit non sono, per natura, molto interessati al potere; per cui c’è un aspetto della loro natura che “coopera con” la grazia, o con ciò che vogliamo chiamare “grazia” nella saga.

Parliamo del film: uno dei tagli più rilevanti che Peter Jackson (il regista; ndr) ha operato nel film è quello che ha colpito il personaggio di Toni Bombadil, totalmente cancellato. Che cosa perde Il Signore degli Anelli senza questa sorta di uomo primigenio, senza peccato originale, e del suo sorprendente rapporto con la natura?

Il film perde molto eliminando la figura di Tom Bombadil. Ma, d’altra parte, Tom sfuggirebbe a tutti gli espedienti cinematografici, qualora il regista più geniale cercasse di mostrarcelo. Il risultato cinematografico sarebbe una triste parodia della pura e semplice gioia, della libertà e dell’allegria di Tom.
Ci sono delle qualità che si piegano solo ad alcune forme (puoi catturare certe emozioni solo quando il soprano raggiunge il la bemolle; si possono scorgere certi aspetti dell’ineffabile negli archi di Chartres e in nessun altro modo; certi aspetti del dolore si rivelano unicamente nella Pietà). Il cinema fallirebbe, forse qualsiasi modalità di rappresentazione visiva fallirebbe, nel rappresentare Tom Bombadil. Ciò che il film perde, senza dubbio, è proprio la splendida e gaia innocenza di Tom. Questo personaggio ha alcune qualità in comune con Adamo prima della caduta; per esempio, egli è il “Signore” della Vecchia Foresta, non ne è il proprietario. Tolkien riteneva che la sua storia avesse bisogno di una tale icona di pura e semplice e immacolata bontà, che fosse in forte contrasto con tutto il male presente in quella terra. Per quanto buoni siano Gandalf, Elrond, Galadriel e Balbalbero, per non parlare degli Hobbit, in Bombadil abbiamo una particolare epifania di pura bontà.

Boromir, Denethor, Saruman, Gollum sono alcuni esempi di personaggi in misura diversa corrotti dall’Anello. Il suo potere sembra agire su una predisposizione presente in tutti, Frodo compreso, pervertendo un desiderio dalla radice positiva. Qual è la tentazione dell’Anello?

L’Anello, nella Terra di Mezzo, dev’essere per certi aspetti analogo al “frutto” dell’Eden. La sua promessa è di renderti saggio e potente, di elevarti al di sopra della tua particolare condizione (nel Medioevo si direbbe la tua “classe”) e fare di te un dio. Il bene che può esserci alla radice di questa vulnerabilità è la coscienza che qualsiasi creatura intelligente, che sia uno Hobbit, un uomo o un Elfo, ha della dignità della propria persona. Il problema è che questa coscienza si trasforma ben presto in “ambizione”, secondo l’originario significato di “desiderare di scalare in modo illegittimo la scala gerarchica”, manifestando quindi un malcontento per la posizione assegnatagli. «E meglio regnare negli inferi che servire in cielo», dice il Satana di Milton; e lo stesso dicono Sauron, Saruman e anche Gollum, sebbene l’immaginazione di quest’ultimo sembri essere miserabilmente insufficiente a una cosa tanto elevata come il potere. Semplicemente egli desidera il suo tesoro. Se Adamo vuole essere un dio. tragicamente perde la maestà che è propria dell'”uomo”; e presumibilmente, se un arcangelo è divorato dall’ambizione di essere un dominatore o un principe, allora è nei guai. Un arcangelo o uno Hobbit o un Vaia (letteralmente “i potenti”, detti anche i Signori dell’Occidente; ndr) porta a compimento il proprio glorioso destino semplicemente essendo quello che è, così come un cane conserva la singolare eccellenza propria dei cani e non delle aquile.

Nel romanzo, l’elemento divino non partecipa mai all’azione e i riferimenti a esso sono oscuri per chi non ha letto Il Silmarillion; inoltre i personaggi non hanno atteggiamenti religiosi. Eppure i più saggi tra loro sono restii a condannare senza appello, perché tutti possono «avere una parte da recitare» prima della fine: il mondo sembra ordinato secondo un disegno. Cosa c’è oltre il mare, a occidente, e che importanza ha?

L’apparente assenza di un essere supremo che disponga le cose per il Bene è un fatto naturalmente sconcertante per molti lettori della Trilogia. “Dio” non interviene mai. I personaggi sembrano lasciati a se stessi, e fanno quello che possono contro il Male. Questa è una trovata geniale da parte di Tolkien. Nelle fiabe di solito c’è qualche talismano che sistema tutto. Nella Terra di Mezzo non ce ne sono. Questo perché il racconto di Tolkien è situato a un livello infinitamente più elevato e serio dei vostri abracadabra.
Quelle storie sono affascinanti: ma la storia di Tolkien è seria tanto quanto la nostra stessa storia. E uno degli aspetti sconcertanti della nostra storia è “il silenzio di Dio”. La Compagnia dell’Anello (come i nostri santi) si arrabatta, fa del suo meglio con le sue proprie risorse, senza il lusso di qualche HocusPocus a portata di mano che possa disperdere i Cavalieri Neri o cacciare gli Orchi. E la nostra storia sembra essere spesso molto simile. Dov’è Dio? E i personaggi di Tolkien non sono “religiosi”. Nessuno dice le sue preghiere (c’è un’occasione in cui Faramir e compagni fanno una pausa prima di mangiare; ma questo, penso, al massimo può essere paragonato al momento in cui noi ci prepariamo alla preghiera, a meno che il grido «O Elbereth! Gilthoniel!» non sia una preghiera). I lettori troveranno la seguente osservazione un po’ stravagante, ma da convertito al cattolicesimo quale pure io sono, in tale inespressività dei personaggi, per ciò che riguarda la “fede”, io vedo una caratteristica specificatamente cattolica. I cattolici di solito non chiacchierano della fede. I protestanti, specialmente gli evangelici, sono sconcertati da questo silenzio. Secondo loro i cattolici non sono credenti se non sono in grado di “balbettare” almeno qualche “prova” della loro fede. Ma Tolkien, cattolico fin dall’infanzia, non vorrebbe, anzi non potrebbe, far chiacchierare sempre i suoi personaggi di Dio, così come lui (Tolkien medesimo) non potrebbe mai partecipare a un incontro di testimonianze. I fugaci riferimenti all’Occidente, e l’immagine degli Elfi che «migrano, migrano, migrano» («passing, passing, passing») verso Occidente tingono di gloria l’intera narrazione. Non qui, non qui, sembra dire quella parola, è la tua dimora definitiva. Per quanto meravigliosi e attraenti possano essere luoghi come la Contea, Rivendell o Lothlorien, anch’essi non sono la patria definitiva della felicità. Tutto deve muoversi verso Occidente. Anche in questo caso vediamo come Tolkien abbia costruito la sua storia in modo tale che virtualmente essa non è così diversa dalla nostra, e acquista perciò una gravita altrimenti impossibile.

Che ruolo ha avuto Tolkien nella letteratura europea del Novecento e in particolare in quella cattolica?

Tolkien ha avuto un ruolo nel panorama letterario europeo, anzi mondiale, del ventesimo secolo che ha fatto infuriare i critici. Ha semplicemente ignorato l’intera tradizione narrativa che ha regnato sovrana dal diciottesimo seco lo, e cioè la tradizione del romanzo “realistico” e “psicologico”. Egli è ritornato al più antico e nobile genere narrativo, ossia l’Epica. L’uomo cartesiano non ha le categorie necessarie per trattare con questo genere di cose, se non classificandole con superiorità “primitive” e “frivole”. Per un cattolico, l’opera di Tolkien giunge come un fiume di limpida fresca acqua in una fetida e malsana palude, portando con sé tutte le glorie scomparse con l’avvento della modernità, come la maestosità, la solennità, l’ineffabilità, il timore reverenziale, la purezza, la santità, l’eroismo e la stessa gloria. Descartes e Hume avrebbero delle difficoltà a spiegare cos’è la gloria usando il loro vocabolario e i loro successori, tristi, non hanno la minima idea di ciò che è andato perduto. Tolkien forse ha reintrodotto i poveri figli della modernità alla Gloria.

Manwë

The Creation of the Two Trees figured in Tolki...

The Creation of the Two Trees figured in Tolkien’s fantasy world, Arda (Photo credit: Wikipedia)

Manwë (o Súlimo) è nella cosmogonia di Ea il Signore dei Valar ed il re di Arda. Nella mente di Illùvatar, dalla quale è generato assieme a tutti gli altri Ainur, è fratello di Melkor, il Signore del Male. E’ sposo di Varda Elentàri, di cui parleremo in un prossimo post. Vive sopra il monte Taniquetil, il più alto del mondo. A motivo di questa collocazione sono suoi servitori i venti, le correnti d’aria e le Aquile. Già da queste prime righe scorgiamo una doppia ispirazione che potrebbe aver aiutato Tolkien nel dare forma a questo personaggio. Infatti egli è assimilabile da un lato allo Zeus greco, avente un rapporto speciale con le Aquile, simbolo di potenza. Dall’altro scorgiamo nei tratti e nelle vicende che riguardano Manwë una forse somiglianza di tratti con l’arcangelo Michele. Questi infatti è nella cosmologia cristiana il potente guerriero celeste che abbatte il maligno, originariamente simile a lui, in quanto Lucifero all’origine è considerato il più bello degli angeli di Dio. Questa ultima figura è notoriamente l’ispiratrice del personaggio di Melkor.

Manwë, subito dopo Melkor, è il più grande e potente degli Ainur, ma a differenza del proprio antagonista è anche colui che riesce meglio a capire la voluntà di Eru Illuvatar, la visione e la grande sinfonia cosmica. Per questo fu molto istruito nei segreti della musica degli Ainur, sulla sorte di Mandos, sulla venuta degli uomini, sulla fine del mondo e sulla seconda musica. Proprio al primo atto cosmogenetico della sinfonia, mentre Melkor cerca di cantare un proprio tema per la tracotanza di non voler sottostare al tema di Eru, è Manwë a prendere le redini della situazione e a farsi interprete del tema principale.

Dopo la formazione di Arda Manwë e gli altri Valar (il nome dato agli Ainur più innamorati della creazione di Eru) decidono di vivere in essa. Manwë riceve da Illuvatar il compito di governare Arda in sua vece ed assume il titolo di Supremo Sovrano di Arda, in quanto vicario di Eru sulla terra. Tuttavia resta sempre a lui legato e spesso, raggiungendolo col pensiero, può conversare con lui.Ha quindi un posto di preminenza in Arda. A lui solo è concesso di volare una volta che i Valar sono entrati in Ea; è lui a guidarli nel loro volo attorno ad Arda. Sempre lui è colui che sovrintende all’opera di Aule a Valinor.

Tra le varie caratteristiche e poteri che gli sono attibuiti, oltre al volo, è colui che può penetrare tutto con lo sguardo (non solo in senso fisico, ma anche come profondità d’animo). Gli uccelli, essendo stati da lui creati, gli recano notizia. Le sue trompe hanno un suono fragoroso (che richiama fortemente la tromba dell’apocalisse), e grazie alla sua conoscenza della grande sinfonia cosmogonica recano un’eco favolosa di essa. Inoltre è un fine oratore, ad esempio nell’episodio del discorso da lui pronunciato per ingannare Melkor prima dell’incantamento. E sarà proprio Manwë a scagliare Melkor fuori della porta della notte.

Gli Elfi apprendono da lui canti e poesie. Solo Manwë sa dove si reca l’anima dell’uomo dopo la morte; egli è un guardiano gentile e generoso, talmente libero dal proprio potere da non riuscire acomprendere la malvagità del fratello. Infatti dopo la prima prigionia di Melkor, durata tre ere, è lui a rilasciarlo da Mandos, permettendogli di causare la diffidenza di Feanor, l’avvelenamento dei due alberi, l’uccisione di Finwe, il ratto dei Silmaril (le tre preziosissime gemme da cui prende nome il Silmarillion) e la rivolta dei Noldor. Manwë per conservare la luce dei due alberi fa in seguito realizzare da Aule il sole e la luna, anche perchè sa dell’imminente risveglio degli Atani, e manda a proteggere questi ultimi le Aquile e Thorondor.

Dopo la caduta di Melkor è Manwë a gettare il proprio nemico al di là dei confini di Ea. Sarà poi nell’Ultima Battaglia (l’evento che metterà fine ad Arda e dopo il quale verrà la seconda musica degli Ainur, alla quale parteciperanno anche gli uomini) che i due si affronteranno nuovamente sui campi di Valinor.

 

Se di Tolkien parla anche il papa…

Può darsi che di Tolkien, di hobbit ed elfi non siano appassionati solo i poveri comuni mortali come me, ma che se ne interessino anche i “grandi” del mondo e forse anche i papi? Probabilmente si. Proprio papa Bergoglio pare essere un appassionato delle opere del professore di Oxford. Nel pantheon letterario di papa Francesco intatti, accanto a Dostoievskij, Borges e Holderlin, ci sarebbe anche il padre del fantasy, con il suo capolavoro “Il Signore degli anelli”. Nell’Omelia della messa di Pasqua 2008, l’allora cardinal Bergoglio, soffermandosi sulla dimensione del cammino, che da molti suoi disorsi risulta a lui molto cara, cita accanto alle grandi figure della mitologia classica come Ulisse ed Enea, proprio l’autore del Signore degli Anelli ed i piccoli mezzuomini, interpreti particolari ci spiega della “dimensione del cammino” inteso come ritorno a casa, al focolare. “Nella letteratura contemporanea – spiegava l’arcivescovo di Buenos Aires – Tolkien ritrae in Bilbo e Frodo l’immagine dell’uomo che è chiamato a camminare e i suoi eroi conoscono e attuano , proprio camminando, il dramma” della scelta “tra il bene e il male”. Ma è una lotta, aggiunge, in cui non manca la dimensione del “conforto e della speranza” . “L’uomo in cammino ha in sé la dimensione della speranza: entra nella speranza. In tutta la mitologia e nella storia risuona l’eco del fatto che l’uomo non è un essere fermo, stanco, ma è chiamato al cammino, e se non entra in questa dimensione si annulla come persona e si corrompe”.

E non sembra strano che ad un papa piacciano le creature di Tolkien, così semplici e allo stesso tempo epiche ed evocanti temi ed echi biblici, ma richiamanti anche un universo di echi storici e letterari che portano con sè la coscienza umana formatasi nei secoli. Se “Lo Hobbit” è un viaggio che ti cambia la vita, come scritto in un articolo qui ripreso qualche giorno fa, la dimensione del cammino tanto cara al papa deve giocare un ruolo fondamentale. Lo stile del racconto sapienziale tipico delle opere di Tolkien (soprattutto del Silmarillion) che le avvicina tanto alla sacra scrittura, è cedrtamete un elemento che può rendere “simpatiche” queste opere e queste narrazioni ad un uomo e ad un papa che fa del racconto il proprio stile.

Notizia segnalata da inoltreilblog.wordpress.com

 

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