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Buon compleanno a Christopher Tolkien

 

La verità della famiglia Tolkien

Quest’oggi Christopher Tolkien, terzo figlio di J. R. R. Tolkien,  compie 89 anni. Ci sembra giusto ricordare questa ricorrenza dato che il festeggiato è curatore di moltissime edizioni delle opere del padre (l’ultima fatica è stata The Fall of Arthur nel corso di questo stesso anno) il quale lo nominò proprio esecutore letterario. A questo link la pagina di Wikipedia con una biografia di Christopher Tolkien.

A questo link invece un articolo da “Panorama” su Christopher Tolkien e i suoi rapporti con Peter Jackson e i film tratti dalle opere del padre.

 

 

 

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Paralleli biblici nelle opere di J. R. R. Tolkien

Un aspetto dell’opera di J. R . R. Tolkien che resta spesso nascosto al grande pubblico, e che anche tra molti dei suoi fans più agguerriti ed entusiasti non viene tenuto nella giusta considerazione, è il suo essere profondamente cristiano e cattolico. Numerosi passi delle sue lettere e di altri scritti lo testimoniano. Il mondo che egli “scoprì” attraverso le sue opere ed il proprio mestiere di scrittore e filologo è fondamentalmente, come lo stesso Tolkien spiegò “un mondo momoteista” collocato in un’era pre- cristiana. Non un altro mondo dunque, ma questa nostra stessa terra che, attravesro il linguaggio del mito, rivisitato attraverso la rivelazione giudaico- cristiana, lascia trasparire delle anticipazioni di quelle verità universali ed eterne che il cristianesimo porterà poi ad essere conosciute chiaramente. Molti blog e siti internet concordano con questa tesi; oggi vi propongo la lettura di una pagina in inglese che cerca di trovare dei paralleli biblici all’opera di Tolkien. Badate bene; non si intende con questo che le sue opere siano una riscrittura o una allegoria. Tutt’altro; il Silmarillion, il Signore degli anelli ed altre opere cn il linguaggio del mito e del racconto sapienziale cercano di portare alla luce qualcosa non solo che è avvenuto in passato, ma che ancora oggi può giovare al nostro vivere nella nostra quotidianità. Non evasione dal reale dunque, ma una vera e propria immersione nelle realtà più importanti e profonde della vita umana.

 

Qui l’analisi dei paralleli biblici alle opere di Tolkien del dott. Alfred D. Byrd

L’arrivo di Sauron. Un racconto inedito che sembra “The Road”

di Edoardo Rialti

da “Il Foglio”

Tu sei il mio unico figlio, il mio carissimo figlio, e vorrei che in ogni nostra scelta fossimo come uno solo. Ma scegliere dobbiamo – sia tu che io – giacché al tuo ultimo compleanno sei divenuto uomo d’armi e al servizio del re. Scegliere dobbiamo tra Sauron e i Signori (o Uno più grande ancora). Immagino tu sappia che non tutti i cuori in Númenor sono attratti da Sauron?”. “Sì, anche in Numenor ci sono dei pazzi”, disse Herendil, abbassando la voce, “ma perché parlare di cose simili all’aperto? Desideri forse attirare del male su di me?”. “Non porto alcun male”, disse Elendil. “Ed ecco cosa ci è imposto: scegliere tra mali, son questi i primi frutti della guerra. Ma guarda, Herendil! La nostra è una Casa di sapienza e di conoscenza vigile, ed è stata a lungo riverita per questo. Io ho seguito mio padre, per come ho potuto. Seguirai tu me? Cosa sai della storia del mondo o di Númenor? Non hai che 44 anni [gli uomini di Númenor invecchiano assai più lentamente dei comuni mortali. A ottant’anni sono ancora nel pieno del vigore, nda]. E non eri che un bambino all’arrivo di Sauron. Non puoi capire come fossero i giorni prima di allora. Non puoi scegliere nell’ignoranza

 

“Eppure altri, più anziani o saggi di me o di te, hanno scelto”, fece Herendil. “E dicono che la storia dà loro conferma, e che Sauron ha gettato nuova luce sulla storia. Sauron la storia la conosce, tutta quanta”. “Certo, Sauron la conosce, ma egli distorce la conoscenza. Sauron è un bugiardo!”. La rabbia crescente fece alzare la voce di Erendil. Le parole suonarono come una sfida. “Tu sei pazzo” disse suo figlio, volgendosi alfine verso suo padre con occhi timorosi ed impauriti. “Non dirmi cose simili! Loro potrebbero, potrebbero…”. “Chi sono questi loro, e cos’è che potrebbero fare?”, chiese Elendil, ma il brivido della paura passò dagli occhi di suo figlio al suo stesso cuore.
“Non chiederlo! E non parlare così forte!”. Herendil si voltò altrove, e giacque a terra con la faccia nascosta tra le mani. “Lo sai che è pericoloso per tutti noi. Chiunque egli sia, Sauron è potente, e può ascoltare. Ho paura dei sotterranei, e ti voglio bene, ti voglio bene. Atarinyatye-melàne.”
Atarinya tye-melàne, padre mio, ti voglio bene. Le parole suonarono strane, ma dolci: addolcirono il cuore di Erendil. “A yonya inye tyemèla: ti voglio bene anch’io, figlio mio”, disse, sentendo mentre parlava strana ogni sillaba, ma vivida.

 

(J. R. R. Tolkien, “La strada perduta”, romanzo incompiuto. Traduzione di Edoardo Rialti)

 

 

Anche Tolkien vittima delle teorie del gender

Pulp Fiction

Pulp Fiction (Photo credit: Wikipedia)

Cosa avrebbe detto il povero J. R. R. Tolkien se, all’inizio degli anni ’70, qualcuno gli avesse anticipato i contenuti delle a noi contemporanee teorie del gender? Certamente non avrebbe concordato, e anzi possiamo im

maginare che avrebbe potuto dissentie profondamente. Egli infatti fu conoscitore profondo dell’animo umano perchè prima di tutto conosceva i propri limiti ed i propri difetti, come ben testimoniano le sue lettere e, ancor di più, le sue opere.

Ancora di più tuttavia avrebbe potuto irritarsi se le sue opere, o opere ad esse ispirate, fossero state sottoposte a giudizi affrettati e grossolani. Lo fece più volte in vita; quando alcuni critici bocciarono la trilogia “The Lord of the rings” l’autore rispose prontamente che essi non avevano per niente capito ciò che ad essa soggiaceva. Era il mondo del mito, del racconto sapienziale; il mondo della mitologia nordica che il professore cercava di recuperare per ridonarla alla sua Inghilterra. A chi interpretava il suo mondo come evasione egli risponde

va che esso non era una terra diversa dalla nostra. Era la stessa terra, ma in un’altra epoca ed abitata in parte da creature diverse dagli uomini, con lingue diverse. Egli non l’aveva inventata ma solo scoperta. Da tutto ciò possiamo capire che avrebbe da ridire se potesse vedere oggi ciò che accade in Svezia.

Quale sia l’ultima trovata nordica in fatto di critica cinematografica

possiamo descriverlo in fretta. Le sale svedesi, o almeno molte di esse, hanno da poco adottato un nuovo criterio per giudicare le pellicole cinematografiche. Ci si chiede se esse rispettino e tutelino l’identità di genere. Perchè le donne non debbano sentirsi offese, secondo il cosiddetto “Bechdel test” nelle pellicole devono essere presenti almeno due donne, che parlino almeno una volta tra loro di argomenti che non siano gli uomini. Non c’entrano quindi scene p

iù o meno esplicite di nudo o le battute volgari sul “gentil sesso”.  Il criterio è quello sopra esposto.

Evidentemente il sopracitato test è l’ultimo modo in cui si cerca id

eologicamente di far passare in Svezia il becero concetto secondo cui la pari dignità di uomo e donna si otterrebbe a forza di omologazioni forzate anche in campo artistico.  L’iniziativa è piaciuta all’istituto statale dei film svedese, che ha dato il proprio sostegno a quello che pare quantomeno un test basato su un colossale errore di metodo. Numerose voci critiche si sono levate tra gli esperti che asseriscono che numerosissimi film di qualità non passano il test basato sulla metodologia indicata. Al contrario altre pellicole lo superano brillantemente, ma sono di qualità inferiore e il contenuto non è sempre edificante per la società. Per intenderci “Vacanze di Natale ’90” (cinepanettone con Christian De Sica e Massimo Boldi ) sorpasserebbe di gran lunga non solo “Lo Hobbit, Andata e ritorno” e la trilogia del “Signore degli Anelli”, ma anche altri film di

successo come “Star Wars” e “Pulp Fiction”.

Il 17 novembre viene organizzata dal canale televisivo Viasat film una maratona di pellicole scelte in base al Bechdel test.

Genderfollia allo stato puro.

Morte (e ritorno) del re

di Edoardo Rialti

da Il Foglio

13 Ottobre 2013

La storia e l’opera di J. R. R. Tolkien non si possono capire senza leggere la lettera che, bambino, spedì al padre morente. E che il padre non riuscì a leggere

Ha scritto il romanzo più celebre del suo tempo, tenendo svegli a tarda notte bambini, operai, professori universitari, poeti, mistici. Ha immaginato continenti, razze, mostri, e ha valicato raramente i confini della sua città. Ha raccontato una storia per i suoi figli e i suoi amici, senza sapere che sarebbero stati milioni di persone. Ha ripreso antichi miti scovati in pergamene polverose, facendo respirare al Novecento una boccata d’aria fresca. Le destra e la sinistra se lo sono conteso a Woodstock e nei Campi Hobbit. Ha suscitato amori che durano per tutta la vita, e avversioni altrettanto violente. Ha ispirato Auden, Asimov, Stephen King, ma anche i Led Zeppelin, i Beatles, George R. R. Martin, e ovviamente Peter Jackson. Un padre, un artista, un cattolico monarchico innamorato degli alberi e del tabacco: questo e molto altro è J. R. R. Tolkien, di cui il Foglio intende raccontare, con documenti e traduzioni inedite, la vita e le opere, e attraverso di esse il nostro stesso tempo. Quello che segue è il primo di una serie di articoli che usciranno settimanalmente sulle pagine del Foglio.

“La nave veleggiò nell’alto mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia sentì nell’aria una fresca fragranza e dei canti giungere da oltre i flutti allora gli parve che la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba”.

E’ su questa soglia che si chiude il viaggio di Frodo ne “Il Signore degli anelli” di Tolkien, il romanzo fantastico più celebre della storia e una delle opere più lette del Novecento; dopo battaglie e vittorie insperate, orrori e dolori, il protagonista, ferito di una piaga che non guarisce, salpa per occidente, ed è con quella fuggevole immagine che il narratore ce lo consegna per un ultimo sguardo.

T. S. Eliot, citando Maria Stuarda al patibolo, aveva scritto negli stessi anni che “nella mia fine è il mio principio”; parafrasandolo si potrebbe dire la stesso, e l’opposto, proprio di Tolkien: quell’immagine non poteva che attendere la struggente chiusa del libro con cui avrebbe incantato così tanti milioni di lettori, perché era ciò che aveva segnato l’inizio della sua vita, e non avrebbe mai smesso di accompagnarla. Gli eventi della sua biografia sono infatti scanditi, fin dai primissimi anni – citando “Lo Hobbit” – da un’“andata e un ritorno” da una sponda all’altra dell’oceano, e da un’altra figura che ha preso la via del mare, qualcuno che, per uno strano caso, porta proprio il nome del re ferito di cui le leggende inglesi attendono ancora il ritorno, e che, esattamente come Frodo, salpa per guarire su un’isola fatata. Arthur Tolkien, padre di John Ronald Reuel.

E’ da Bloemfontein, stato libero dell’Orange, che, come racconta il biografo H. Carpenter, il giovane responsabile britannico della Bank of Africa Arthur Tolkien assieme alla moglie Mabel scrive in Inghilterra il 4 gennaio 1892: “Mia cara mamma, questa settimana ho una buona notizia per voi. Mabel la scorsa notte mi ha regalato un bellissimo bambino. Il bambino è ovviamente adorabile. Ha belle mani, con le dita lunghe, e belle orecchie, capelli biondi, occhi alla Tolkien e una bocca chiaramente ‘Suffield’. In generale dà proprio l’impressione di essere una versione molto carina di sua zia”.

Chi sarebbe divenuto poi uno dei filologi più rispettati di Oxford e avrebbe inventato interi linguaggi e grammatiche, non poteva che soffermarsi con attenzione sul proprio stesso nome, quel J. R. R. che sarebbe comparso, oltre ogni sua previsione, sulle t-shirt degli adolescenti di mezzo mondo. Anzitutto John, “molto amato e molto usato dai cristiani e dato che sono nato nel giorno di San Giovanni Evangelista lo considero il mio patrono – anche se né mio padre né mia madre, all’epoca, avrebbero pensato a qualcosa di così romano come darmi un nome perché era quello di un santo”. Quanto agli altri “mio padre propendeva per John Benjamin Reuel (che adesso sarebbe piaciuto anche a me); mia madre era sicura che sarei stata una femmina e dato che le piacevano nomi più romantici (e meno biblici) aveva deciso per Rosalinda. Quando nacqui io, prematuro, e maschio, benché debole e sofferente, Rosalind venne sostituito con Ronald. Allora era abbastanza raro in Inghilterra come nome cristiano… benché oggi, ahimè!, sembra diffuso tra i criminali”. Anche l’amico C. S. Lewis avrebbe sempre mal sofferto di essere chiamato Clive, e si autoproclamò “Jack”. Tolkien per gli amici e gli intimi sarebbe stato sempre e soprattutto “John Ronald” oppure “Tollers”. E non si può non sorridere leggendo i complimenti con cui la madre Mabel lo descrive alla suocera: “Il bambino assomiglia a un essere fatato quando è tutto vestito con fiocchi e scarpe bianche… e quando è svestito mi sembra che assomigli, ancor più, a un elfo”. Non poteva certo immaginare che sarebbe stato proprio lui che, per dirla con Stephen King, avrebbe dato al Novecento tutti gli elfi e i maghi di cui avrebbe avuto bisogno.

La prima foto di famiglia, nelle parole di Carpenter, ce lo mostra con la madre e la balia mentre “Arthur, sempre un poco dandy, sfoggiava un abito bianco, la paglietta in capo e una posa spiritosa; alle loro spalle stavano in piedi i due servitori di colore, la cameriera e il garzone Isaak, entrambi visibilmente felici e sorpresi per lo straordinario privilegio di essere inclusi nella fotografia”. Sarà proprio il garzone a “rapire” senza malizia il bambino, per mostrarlo come una meraviglia bianca al suo villaggio. Nonostante lo spavento non sarà cacciato e in segno di riconoscenza chiamerà a sua volta il proprio figlio Izaak Mister Tolkien Victor. L’amore per il linguaggio e per il disegno, due passioni che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita, si mostravano già allora: ancora assai piccolo Tolkien “parlava con scioltezza e intratteneva gli impiegati della banca nella sua visita quotidiana all’ufficio del padre, dove ogni giorno chiedeva carta e matita per disegnare e scarabocchiare”.

Mabel, John Ronald e il fratellino Hilary precedettero Arthur in Inghilterra nel 1895. Il lavoro nella filiale lo obbligava sempre a rimandare. Ma sei mesi dopo le febbri reumatiche resero la sua situazione sempre più grave, tanto che la moglie iniziò i preparativi per raggiungerlo nuovamente con i bambini.
Mancava poco alla partenza e il 14 febbraio 1896 Tolkien dettò alla balia questa letterina a quell’uomo lontano e ammalato, di cui ricordava solo il gesto di incidere le iniziali del proprio nome sui loro bagagli: “Carissimo papà, sono così felice di tornare indietro e rivederti dopo tanto tempo da quando siamo venuti via e spero che la nave ci porti tutti da te”. Ma, racconta Carpenter, “la lettera non fu mai spedita, perché nel frattempo arrivò un telegramma”, quello della morte di Arthur.

Il rigoroso docente dell’Alto Medioevo inglese, il cantore di tante fiabe e leggende fu sempre un accanito avversario degli psicologismi letterari: “Sono contrario alla tendenza attuale della critica, con il suo eccessivo interesse per i dettagli delle vite degli autori e degli artisti. Solo l’angelo custode di ognuno di noi, oppure Dio stesso, è in grado di svelare la vera relazione che c’è tra i fatti personali e le opere di un autore”. Paragonava critici siffatti al suo malvagio mago Saruman che “rompe un oggetto per sapere com’è fatto”. L’amico scrittore C. S. Lewis, l’autore di “Narnia”, li chiamava quelli “del gatto invisibile”, per cui se ci fosse un gatto invisibile non lo si vedrebbe e siccome non lo si vede c’è davvero un gatto invisibile. Investigare il tema inconscio della paternità mancata nella sua scrittura facendo ad esempio l’elenco dei protagonisti orfani nelle opere di Tolkien, che pure non sono pochi (basti pensare ai due protagonisti come Frodo ed Aragorn) sarebbe forse accolto dal suo naturale riserbo inglese come una invadenza maleducata e malriposta, oltre che come “abbandonare il sentiero della saggezza”. Ben più interessanti, e ben più espliciti, sono altri temi al riguardo. Uno sarà quello che Tolkien stesso definirà il suo “complesso di Atlantide”: l’immagine di un’intera civiltà travolta da “un’onda inevitabile che si ergeva all’improvviso, alle volte da un mare quieto e, altre volte, incombendo sulle terre verdi”. Ed è contro tale immane distruzione che, nella sua immaginazione, si leva proprio un rapporto padre-figlio. Per tutta la vita Tolkien tornerà a raccontare la caduta di Númenor, la splendida città umana che, istigata dal demoniaco Sauron, si arroga il diritto di salpare per le terre degli deì e conquistarne l’immortalità. Una delle numerose variazioni sul tema che Tolkien dedicherà a questo racconto fu l’abbozzo di un romanzo che in più di un aspetto precorre “La strada” del premio Pulitzer McCarthy, fin dal titolo: “La strada perduta”. Il progetto era ambizioso: comprendeva un padre e un figlio, oggi, a discorrere assieme sulla riva del mare. La scena si sarebbe ripetuta ancora e ancora con coppie simili, ognuna qualche centinaia di anni prima nella stessa linea ereditaria, risalendo al Medioevo longobardo eppoi su fino, appunto, all’immaginaria Númenor, dove un padre e un figlio decidono di opporsi al folle progetto dei seguaci di Sauron, cercando di restare fedeli all’onore, alla dedizione agli dei, e all’amore reciproco mentre tutto un mondo cadrà a pezzi.

“Atarinya tye-melàne” ti voglio bene, padre, “A yonya inye tyeméla”, anch’ io ti voglio bene, figlio: è su queste semplici parole, le stesse che tante volte ricorreranno tra i grattacieli dilianati di McCarthy, che si suggella la resistenza dei due che fuggiranno, come Noè, dalla rovina imminente.

L’ambizione di quel vasto disegno non sarebbe mai stata del tutto abbandonata, come confidò una volta Tolkien stesso: “Non ridere! Una volta avevo in mente di creare un corpo di leggende più o meno legate, che spaziasse dalla cosmogonia, più ampia, fino alla fiaba romantica, più terrena, che traeva il suo splendore dallo sfondo più vasto – da dedicare semplicemente all’Inghilterra, alla mia terra… Naturalmente c’era ed esiste tuttora il ciclo arturiano, ma pur nella sua potenza, è solo imperfettamente naturalizzato”. Ed è appunto al misterioso viaggio al di là del mare che Tolkien dedicò negli anni Trenta il suo incompiuto poema “La cadutà di Artù”, edito per la prima volta proprio in questi mesi dal figlio Christopher. Tra le annotazioni su come la storia avrebbe dovuto proseguire troviamo, ancora e ancora, non soltanto la tradizionale conclusione per cui “Artù muore al tramonto. Ladri percorrono il campo… la nave nera risale il fiume. Arthur vi viene deposto” ma anche il cortocircuito narrativo per cui la fatata isola Avalon verso cui Artù viene portato del folklore britannico diventa proprio la Valinor dei miti tolkieniani, quell’Oltre che non si può conquistare ma a cui può essere solo, graziosamente, concesso di accedere. Non solo: a differenza delle consuete leggende, in Tolkien non è solo Artù a partire; alla fine anche “Lancillotto prende una barca, parte verso occidente per non fare più ritorno”. Sarà così anche nella parte conclusiva della sua trilogia, quel “Ritorno del re” dal titolo così esplicitamente arturiano. Alla fine tutti i protagonisti, magari dopo anni di distanza, “passeranno in occidente”, con tutta la potenza allusiva di quel “passare”. Anche Sam il giardiniere, piangendo vede salpare il suo caro padrone Frodo, al pari dei cavalieri arturiani, “rimase lì immobile, udendo soltanto il sospiro e il mormorio delle onde sulle spiagge della Terra di Mezzo, e il rumore penetrò sino in fondo al suo cuore”. E un giorno anche per lui tale richiamo chiederà di essere ascoltato.

Questo “finale arturiano” – come Tolkien stesso lo definì – sarebbe sempre rimasto, perché già c’era, nelle profondità della sua anima e del suo sguardo. Il mare, il padre, e Artù. Quel mare, solcato da bambino e scrutato in attesa di potersi ricongiungere a un padre che si ricorda a malapena, sarebbe stato per Tolkien sempre carico di una voce assieme dolce e triste; nelle sue opere si parla sempre dell’oceano e delle sue “musiche grandi e terribili; e l’eco di quei suoni percorre tutte le vene del mondo in gioia e in tristezza; poiché, se gioiosa è la fonte che zampilla al sole, le sue sorgenti si trovano nei pozzi di insondabile dolore alle fondamenta della terra”. Questo perché “nell’acqua tuttora vive l’eco della Musica degli Ainur più che in ogni altra sostanza reperibile su questa Terra; e molti continuano a prestare orecchio insaziato alle voci del Mare, pur senza capire che cosa odano”. Per Tolkien, echeggiando Agostino e Dante, ascoltare quella musica angelica nelle onde del mare e nei gridi dei gabbiani, e struggersi per essa, costituiva parte di quel dono misterioso che Dio, Ilúvatar, Colui che è “Padre di tutti”, ha concesso agli uomini: “Volle dunque che i cuori degli uomini indagassero aldilà del mondo, e in questo mai trovassero pace”. Un dono di cui fa parte, misteriosamente, la morte stessa. Per tutta la vita, in tante storie e sfumature diverse, si sarebbe sempre arrivati, da principio o alla fine, a una qualche candida spiaggia, da cui partire o vedere qualcuno partire; Tolkien avrebbe sempre raccontato quell’incantesimo segreto, quel richiamo. Tutta la sua vita, tutti gli anni passati a lavorare, amare la sua famiglia e i suoi amici, a scrivere e dibattere, sarebbe stata in una piccola, cara isola verde, circondata dal misterioso canto del mare, e dalla voce di un padre, tanto umano quanto Divino, che vi mormora delle antiche parole: “A yonya inye tyeméla”. Ti voglio bene, figlio.

Nuova collezione di testi che ispirarono il professore

Italo Calvino soleva dire che l’ispirazione non è qualcosa che arriva così in un momento, ma una conquista lenta e faticosa, fata di molti fogli abbozzati e stracciati. Più esplicitamente diceva che “l’ispirazione sono le nove ore col culo sulla sedia”.

Certamente Tolkien non si sottrasse al duro lavoro della scrivania, spesso infruttuosa, ma ebbe ottimi alleati; i testi che lo ispirarono. La casa editrice Penguin sta preparando una edizione delle opere che egli tenne in conto nel preparare i suoi capolavori e la sua riscrittura dei miti nordici nei libri che tutti amiamo.

La collezione dovrebbe essere lanciata a novembre di questo anno. Per ulteriori informazioni leggere a questo link.

Francesco della contea

Dal sito de “Il messaggero di S. Antonio” postiamo questo articolo riguardante la ricerca spirituale di J. R. R. Tolkien. Con le sue opere il professore, profondamente cattolico, riesce ancor oggi a raggiungere moltissimi che cattolici non sono. Un’altra prova dell’universalità dei messaggi che le sue opere portano. Anche per questo amo Tolkien; a differenza di molti non cerca subito di convertire o di convincere il lettore a credere ciò in cui lui crede. Fa una proposta, racconta una storia e porta dei personaggi; senza rumore e senza strepito; senza ansie di convertire. Vuole raccontare una storia che scaturisce anche dal suo vissuto; se qualcosa dovrà nascere lo si vedrà durante le avventure di Bilbo, Frodo e di tutti gli altri personaggi di Arda.

 

Tolkien e le radici in cielo

dal sito www.messaggerosantantonio.it

Mentre «Lo Hobbit» fa il suo esordio sul grande schermo, ripercorriamo l’epopea e la vita dell’autore, alla scoperta del costitutivo orizzonte cattolico de «Il Signore degli Anelli».

di Alberto Friso

Hanno dovuto attendere otto anni i milioni di appassionati de Il Signore degli Anelli per tornare a respirare al cinema le atmosfere della Terra di Mezzo, dopo gli undici premi Oscar vinti nel 2004 da Il ritorno del Re. Il 13 dicembre, infatti, debutterà nelle sale Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, primo di tre film che ci accompagneranno da qui al 2014, rivisitando il libro scritto da John Ronald Reuel Tolkien nel 1937 nel quale si narra l’antefatto della saga.
Ora, i fan di Tolkien sono certo innumerevoli, ma chi non ama il genere fantasy perché dovrebbe provare simpatia per elfi, nani, orchi e armamentario vario? Non è roba da bambini, o al limite da adolescenti? Chi lo pensasse è in buona compagnia. All’inizio, almeno per quanto riguarda Lo Hobbit, era l’opinione anche dello stesso autore, che infatti aveva composto il racconto per intrattenere i quattro figli nelle lunghe serate dell’inverno inglese dopo il tè delle cinque. La vicenda ripercorre l’avventuroso viaggio di Bilbo Baggins al seguito di un gruppo di nani, e di Gandalf lo stregone, alla riconquista del tesoro carpito dal drago Smaug.

Ma i figli crescono, e le storie per le quali pur avevano mostrato interesse perdono presa: così Lo Hobbit – come riporta Humprey Carpenter in J.R.R. Tolkien. La biografia (Lindau 2009) – «ci mancò poco che, seguendo la sorte di altri racconti, non rimanesse incompleto», con gli ultimi capitoli lasciati appena abbozzati. La stesura venne completata solo per le insistenze dell’editore Stanley Unwin e dell’amico di una vita Clive Staples Lewis, l’autore de Le cronache di Narnia e de Le lettere di Berlicche. Fu così che il libro del docente di filologia anglosassone a Oxford vide la luce, ottenendo fin da subito uno straordinario successo di vendite.

Ma se ci si ferma all’idea del «racconto per bambini», dicevamo, si è fuori strada. In real­tà è accaduto per certi versi quanto più di recente è stato possibile osservare con la saga di Harry Potter, dove il tono fanciullesco dell’esordio è andato approfondendosi mano a mano fino al ben più problematizzato settimo volume dell’epilogo. Così Lo Hobbit, al di là della sua genesi «infantile», deve essere letto alla luce de Il Signore degli Anelli, uscito in tre volumi tra il 1954 e il 1955, vera summa nella quale confluiscono in maniera compiuta studi, miti, epiche, passione linguistica, modi di pensare, valori, spiritualità dell’autore. Aiuterà a comprenderlo la modalità di scrittura. Per quanto possa sembrare stupefacente – il mondo della Terra di Mezzo è complessissimo, basti leggere Il Silmarillion –, l’architettura dell’opera narrativa del professore di Oxford è andata costruendosi senza partire da un progetto preciso, anzi con uno stile che fa venire in mente i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, come si evince da questa affermazione di Tolkien contenuta in una lettera e riguardante l’«esordio» di un suo protagonista: «Grampasso seduto in un angolo della locanda fu una sorpresa, e non avevo proprio idea, come Frodo del resto, di chi potesse essere».

La circostanza è utile per ribadire quale fosse la finalità del romanzo. Nella medesima missiva – reperibile in La realtà in trasparenza. Lettere (Bompiani 2001) –, Tolkien sostiene di aver stilato il suo libro più famoso «per soddisfazione personale, spinto dalla scarsità della letteratura del genere che a me sarebbe piaciuto leggere. (…) Molte delle persone che hanno apprezzato Il Signore degli Anelli sono state soprattutto colpite dal fatto che fosse una storia avvincente; e con questo obiettivo era stata scritta». Che sia «una storia avvincente» siamo tutti d’accordo, ma – e saranno i suoi estimatori a mostrarglielo – c’è anche ben altro tra le righe dell’opera. Così, quando l’amico gesuita Robert Murray, visionato il dattiloscritto de Il Signore degli Anelli, confida che la lettura gli aveva lasciato una forte sensazione di «una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia», e paragonava la figura di Galadriel a quella della Madonna, Tolkien gli risponde: «Tu sei più perspicace, specialmente sotto certi aspetti, di qualsiasi altro, e hai rivelato persino a me stesso alcune cose del mio lavoro. Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità. Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Prosegue quindi con un fondamentale tratto autobiografico, che suona quasi come una giustificazione oltre che un omaggio alla mamma: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo 8 anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo debbo a mia madre, che ha tenuto duro dopo essersi convertita ed è morta giovane, a causa delle ristrettezze e della povertà che dalla conversione erano derivate». Non tutti sanno, infatti, che il famoso scrittore era un fervente cattolico, che partecipava quotidianamente all’eucaristia, che venerava in special modo la Vergine Maria, san Giuseppe e l’angelo custode. La sua testimonianza cristiana, ad esempio, fu decisiva perché anche l’amico C.S. Lewis approdasse alla fede.

Un intellettuale cristiano

L'attore Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio. Foto: Todd Eyre/Warner Bros.Entertainment Inc. and Metro Goldwyn-Mayer Pictures Inc.È così che, sulla scia di padre Murray, tanti studiosi e appassionati hanno cercato di individuare nelle opere di Tolkien le tracce di quella sensazione di «compatibilità con la dottrina della Grazia» che la lettura de Il Signore degli Anelli lascia in ciascuno. Tra questi, padre Guglielmo Spirito, frate conventuale italo-argentino, autore di Tra San Francesco e Tolkien. Una lettura spirituale del Signore degli Anelli (Il Cerchio 2006). «Per comprendere Tolkien – spiega il religioso – bisogna entrare nella sua mentalità affine a quella medievale, nella sua visione simbolica e sacramentale della realtà.

Tutto il visibile, dato che è creato ed è buono, rimanda a un disegno di bontà a favore delle creature che è prettamente corrispondente al racconto biblico. La drammaticità del male dipende da un uso distorto della libertà. Il male è solo distruzione, ma la morte non è l’ultima parola, perché l’esistenza è aperta oltre i cerchi del mondo. C’è sempre una speranza di salvezza globale, anche quando le tenebre si infittiscono. Questa versione è corrispondente alla rivelazione, e plasma l’intero cosmo della Terra di Mezzo, senza che l’autore senta il bisogno di renderla esplicita. Tolkien scrive a partire dalle radici, e noi gustiamo i frutti, ma come avviene nella migliore tradizione medievale, le radici sono in cielo, e i frutti sulla terra».

Ecco perché non si può associare in maniera semplicistica un personaggio a una figura religiosa, come invece siamo autorizzati a fare per il leone Aslan de Le cronache di Narnia, figura di Cristo. Tolkien, a differenza di Lewis, non usò allegorie stringenti e precise. Ciò non toglie che, per esempio, in alcuni tratti della nobile elfa Galadriel, Dama della Luce, possiamo trovare la «radice in cielo» di Maria. E non possiamo non notare che il giorno della sconfitta di Sauron e della liberazione dei popoli che abitano la Terra di Mezzo (ovvero il nostro mondo) è il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione. E viene naturale associare all’Eucaristia il lembas, il «pan di via» elfico che nutre la volontà ancor più che il corpo. «La mente – rifletteva Tolkien – indugia su cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica».
Al di là delle singole analogie, sono la storia stessa,  i temi e le scelte dei personaggi a svelare i valori di riferimento dell’autore. Emergono le virtù dell’amicizia, della lealtà, della prudenza, dell’obbedienza, dell’amore, della gioia. Ne escono sconfitte la volontà di possesso, di potere, l’orgoglio, l’avidità, la violenza, l’inganno, il fatalismo. E nessuno è «per natura» a prescindere malvagio: addirittura Sauron era uno spirito «angelico» prima di corrompersi fino a diventare l’Oscuro Signore di Mordor. Come del resto anche tutti i «buoni» vivono momenti di tentazione, cadendo in errori anche gravi.

E san Francesco che c’entra? «Il rapporto dell’autore con il mondo francescano – svela fra Spirito – era forte, ma non tanto da poter incidere nella scrittura. Se non in un punto. Nel personaggio di Tom Bombadil si può riconoscere un’affinità con il san Francesco descritto da Chesterton nel suo omonimo saggio, che Tolkien ben conosceva». Padre Guglielmo ha inoltre ricostruito, con l’aiuto della figlia dello scrittore, Priscilla, il soggiorno del professore ad Assisi, nell’agosto del 1955. Ospite delle clarisse del monastero di santa Colette, Tolkien qui ricevette le bozze de Il ritorno del Re, terzo capitolo de Il Signore degli Anelli. Ascoltando il suono delle chiarine (le tipiche trombe medievali), osservando i costumi dei figuranti, vivendo la festa di santa Chiara, dichiarò di sentirsi come a Gondor. Rimase poi particolarmente affascinato da San Damiano e dalla severa chiesa romanica di San Pietro, «che in effetti, oltre che alla sua spiritualità corrisponde al suo immaginario – precisa Guglielmo Spirito –, per quanto concerne le grandi costruzioni di pietra». C’è allora un po’ di Assisi nelle opere di Tolkien? Forse. Ma quel che più conta è che c’è in trasparenza una parte di noi, delle nostre miserie e dei nostri splendori, sia che viviamo ad Assisi, a Gondor, a Oxford, o in qualunque angolo di questa nostra Terra di Mezzo.

La Terra di Mezzo si sposta a Montefiorino

La XX edizione di Hobbiton, manifestazione nazionale dedicata ai libri di J. R. R. Tolkien, avrà luogo quest’anno, dal 13 al 15 settembre, nel centro appenninico di Montefiorino (MO) .  L’evento è promosso, come ogni anno, dalla Società Tolkieniana Italiana
, che ogni anno sceglie location diverse per la manifestazione. Questa porta con sè non solo mercatini, musica e splendidi costumi da elfo, ma anche eventi culturali. Quest’anno sarà Valerio Massimo Manfredi, celebre archeologo ed autore di romanzi storici sull’antichità, a relazionare sul tema “Il fantastico e il mondo antico”. La conferenza è prevista per venerdì 13 settembre alle ore 20.30.

Altre conferenze renderanno ricco il programma della intensa tre giorni. Ci saranno anche numerosi eventi dedicati all’infanzia.

Qui sotto trovate il programma della manifestazione.

Venerdì 13 settembre:

conferenza del professor Valerio Massimo Manfredi dal titolo “Il Fantastico nel Mondo Antico” (18,30).

Sabato 14 settembre

alle ore 10,30 presentazione del libro di Paola Ramella dal titolo “Graphic novel fantasy. Il verde bisbiglio ed il viola pensiero” con testi di Guendal e disegni e colori di Paola Ramella,

ore 10,50 presentazione del libro di Oronzo Cilli dal titolo “J.R. R. tolkien – la bibliografia italiana del 1967 ad oggi”;

ore 11,10 conferenza di Claudio Testi (Istituto Filosofico di Studi Tomistici) dal titolo “Tolkien pagano o cristiano? Un approccio sintetico”;

ore 11,30 presentazione del libro del professor Luigi Pruneti su “A volte s’incontrano. Folletti, gnomi e oscure presenze in Toscana e nel mondo”;

ore 17 presentazione del libro di Giuseppe Grossi dal titolo “Terre di mezzo – poetiche e metafore tra Avatar e Il Signore degli Anelli”;

ore 17,20 presentazione dei libri di Ezio Ravasio dal titolo “I Guerrieri d’Argento” e “Altera”;

ore 17,40 presentazione del libro di Roberto Fontana dal titolo “Essecenta – I nomi della Terra di Mezzo”;

ore 18 conversazione con Gianluca Comastri su “Le lingue degli Elfi della Terra di Mezzo”; ore 18,20 presentazione del libro di Cristiano Ciardi dal titolo “I Confini di Trisa”.

Domenica 15 settembre

alle ore 10,30 Giuseppe Festa, scrittore e musicista, presenta il romanzo “Il passaggio dell’orso” (Salani) e parla del suo percorso artistico: dal fantastico tolkieniano alla magia della natura;

ore 10,50 Fabio Larcher, editore (EdizioniPerSempre), presenta i suoi autori e i loro lavori: Marta Leandra Mandelli- Ciclo di Oltremondo (Petali di rosa e fili di ragnatela, L’orizzonte delle Dimensioni), Fabrizio Valenza-Ciclo di Geshwa Olers (Il viaggio nel Masso Verde/La faida dei Logontras), Daniele Bello-Ciclo di Hoenir il druido (La Profezia).

Per ulteriori informazioni contattare

hobbiton@tolkien.it

info@tolkien.it

Sito della Società Tolkieniana Italiana

www.tolkien.it

I segreti digitali de “Lo Hobbit”

Una chicca per gli appassionati di cinema ed in particolar modo per chi voglia capire meglio come funzionano gli effetti speciali de “Lo Hobbit”. Alcuni mesi fa la Weta Digital, compagnia occupatasi della realizzazione in digitale del film ispirato alle avventure di Bilbo Baggins, ha realizzato un interessante filmato che mostra le varie fasi di realizzazione degli effetti digitali.

Per leggere l’articolo di theonering.com cliccate qui

Voglia di seconda colazione?

In questi giorni sono state lanciate queste simpatiche magliette adattissime a chi, come gli hobbit, necessita non di una, ma di due colazioni!

Per altre informazioni clicca qui

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

The Flame Imperishable

A blog about Tolkien, St. Thomas, and other purveyors of the Philosophia Perennis.

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