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In memoriam

John Ronald Reuel Tolkien

 

2 settembre 1973 – 2 settembre 2013

 

“Oltre i confini del mondo, vi è più del ricordo”

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Francesco della contea

Dal sito de “Il messaggero di S. Antonio” postiamo questo articolo riguardante la ricerca spirituale di J. R. R. Tolkien. Con le sue opere il professore, profondamente cattolico, riesce ancor oggi a raggiungere moltissimi che cattolici non sono. Un’altra prova dell’universalità dei messaggi che le sue opere portano. Anche per questo amo Tolkien; a differenza di molti non cerca subito di convertire o di convincere il lettore a credere ciò in cui lui crede. Fa una proposta, racconta una storia e porta dei personaggi; senza rumore e senza strepito; senza ansie di convertire. Vuole raccontare una storia che scaturisce anche dal suo vissuto; se qualcosa dovrà nascere lo si vedrà durante le avventure di Bilbo, Frodo e di tutti gli altri personaggi di Arda.

 

Tolkien e le radici in cielo

dal sito www.messaggerosantantonio.it

Mentre «Lo Hobbit» fa il suo esordio sul grande schermo, ripercorriamo l’epopea e la vita dell’autore, alla scoperta del costitutivo orizzonte cattolico de «Il Signore degli Anelli».

di Alberto Friso

Hanno dovuto attendere otto anni i milioni di appassionati de Il Signore degli Anelli per tornare a respirare al cinema le atmosfere della Terra di Mezzo, dopo gli undici premi Oscar vinti nel 2004 da Il ritorno del Re. Il 13 dicembre, infatti, debutterà nelle sale Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, primo di tre film che ci accompagneranno da qui al 2014, rivisitando il libro scritto da John Ronald Reuel Tolkien nel 1937 nel quale si narra l’antefatto della saga.
Ora, i fan di Tolkien sono certo innumerevoli, ma chi non ama il genere fantasy perché dovrebbe provare simpatia per elfi, nani, orchi e armamentario vario? Non è roba da bambini, o al limite da adolescenti? Chi lo pensasse è in buona compagnia. All’inizio, almeno per quanto riguarda Lo Hobbit, era l’opinione anche dello stesso autore, che infatti aveva composto il racconto per intrattenere i quattro figli nelle lunghe serate dell’inverno inglese dopo il tè delle cinque. La vicenda ripercorre l’avventuroso viaggio di Bilbo Baggins al seguito di un gruppo di nani, e di Gandalf lo stregone, alla riconquista del tesoro carpito dal drago Smaug.

Ma i figli crescono, e le storie per le quali pur avevano mostrato interesse perdono presa: così Lo Hobbit – come riporta Humprey Carpenter in J.R.R. Tolkien. La biografia (Lindau 2009) – «ci mancò poco che, seguendo la sorte di altri racconti, non rimanesse incompleto», con gli ultimi capitoli lasciati appena abbozzati. La stesura venne completata solo per le insistenze dell’editore Stanley Unwin e dell’amico di una vita Clive Staples Lewis, l’autore de Le cronache di Narnia e de Le lettere di Berlicche. Fu così che il libro del docente di filologia anglosassone a Oxford vide la luce, ottenendo fin da subito uno straordinario successo di vendite.

Ma se ci si ferma all’idea del «racconto per bambini», dicevamo, si è fuori strada. In real­tà è accaduto per certi versi quanto più di recente è stato possibile osservare con la saga di Harry Potter, dove il tono fanciullesco dell’esordio è andato approfondendosi mano a mano fino al ben più problematizzato settimo volume dell’epilogo. Così Lo Hobbit, al di là della sua genesi «infantile», deve essere letto alla luce de Il Signore degli Anelli, uscito in tre volumi tra il 1954 e il 1955, vera summa nella quale confluiscono in maniera compiuta studi, miti, epiche, passione linguistica, modi di pensare, valori, spiritualità dell’autore. Aiuterà a comprenderlo la modalità di scrittura. Per quanto possa sembrare stupefacente – il mondo della Terra di Mezzo è complessissimo, basti leggere Il Silmarillion –, l’architettura dell’opera narrativa del professore di Oxford è andata costruendosi senza partire da un progetto preciso, anzi con uno stile che fa venire in mente i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, come si evince da questa affermazione di Tolkien contenuta in una lettera e riguardante l’«esordio» di un suo protagonista: «Grampasso seduto in un angolo della locanda fu una sorpresa, e non avevo proprio idea, come Frodo del resto, di chi potesse essere».

La circostanza è utile per ribadire quale fosse la finalità del romanzo. Nella medesima missiva – reperibile in La realtà in trasparenza. Lettere (Bompiani 2001) –, Tolkien sostiene di aver stilato il suo libro più famoso «per soddisfazione personale, spinto dalla scarsità della letteratura del genere che a me sarebbe piaciuto leggere. (…) Molte delle persone che hanno apprezzato Il Signore degli Anelli sono state soprattutto colpite dal fatto che fosse una storia avvincente; e con questo obiettivo era stata scritta». Che sia «una storia avvincente» siamo tutti d’accordo, ma – e saranno i suoi estimatori a mostrarglielo – c’è anche ben altro tra le righe dell’opera. Così, quando l’amico gesuita Robert Murray, visionato il dattiloscritto de Il Signore degli Anelli, confida che la lettura gli aveva lasciato una forte sensazione di «una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia», e paragonava la figura di Galadriel a quella della Madonna, Tolkien gli risponde: «Tu sei più perspicace, specialmente sotto certi aspetti, di qualsiasi altro, e hai rivelato persino a me stesso alcune cose del mio lavoro. Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità. Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Prosegue quindi con un fondamentale tratto autobiografico, che suona quasi come una giustificazione oltre che un omaggio alla mamma: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo 8 anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo debbo a mia madre, che ha tenuto duro dopo essersi convertita ed è morta giovane, a causa delle ristrettezze e della povertà che dalla conversione erano derivate». Non tutti sanno, infatti, che il famoso scrittore era un fervente cattolico, che partecipava quotidianamente all’eucaristia, che venerava in special modo la Vergine Maria, san Giuseppe e l’angelo custode. La sua testimonianza cristiana, ad esempio, fu decisiva perché anche l’amico C.S. Lewis approdasse alla fede.

Un intellettuale cristiano

L'attore Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio. Foto: Todd Eyre/Warner Bros.Entertainment Inc. and Metro Goldwyn-Mayer Pictures Inc.È così che, sulla scia di padre Murray, tanti studiosi e appassionati hanno cercato di individuare nelle opere di Tolkien le tracce di quella sensazione di «compatibilità con la dottrina della Grazia» che la lettura de Il Signore degli Anelli lascia in ciascuno. Tra questi, padre Guglielmo Spirito, frate conventuale italo-argentino, autore di Tra San Francesco e Tolkien. Una lettura spirituale del Signore degli Anelli (Il Cerchio 2006). «Per comprendere Tolkien – spiega il religioso – bisogna entrare nella sua mentalità affine a quella medievale, nella sua visione simbolica e sacramentale della realtà.

Tutto il visibile, dato che è creato ed è buono, rimanda a un disegno di bontà a favore delle creature che è prettamente corrispondente al racconto biblico. La drammaticità del male dipende da un uso distorto della libertà. Il male è solo distruzione, ma la morte non è l’ultima parola, perché l’esistenza è aperta oltre i cerchi del mondo. C’è sempre una speranza di salvezza globale, anche quando le tenebre si infittiscono. Questa versione è corrispondente alla rivelazione, e plasma l’intero cosmo della Terra di Mezzo, senza che l’autore senta il bisogno di renderla esplicita. Tolkien scrive a partire dalle radici, e noi gustiamo i frutti, ma come avviene nella migliore tradizione medievale, le radici sono in cielo, e i frutti sulla terra».

Ecco perché non si può associare in maniera semplicistica un personaggio a una figura religiosa, come invece siamo autorizzati a fare per il leone Aslan de Le cronache di Narnia, figura di Cristo. Tolkien, a differenza di Lewis, non usò allegorie stringenti e precise. Ciò non toglie che, per esempio, in alcuni tratti della nobile elfa Galadriel, Dama della Luce, possiamo trovare la «radice in cielo» di Maria. E non possiamo non notare che il giorno della sconfitta di Sauron e della liberazione dei popoli che abitano la Terra di Mezzo (ovvero il nostro mondo) è il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione. E viene naturale associare all’Eucaristia il lembas, il «pan di via» elfico che nutre la volontà ancor più che il corpo. «La mente – rifletteva Tolkien – indugia su cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica».
Al di là delle singole analogie, sono la storia stessa,  i temi e le scelte dei personaggi a svelare i valori di riferimento dell’autore. Emergono le virtù dell’amicizia, della lealtà, della prudenza, dell’obbedienza, dell’amore, della gioia. Ne escono sconfitte la volontà di possesso, di potere, l’orgoglio, l’avidità, la violenza, l’inganno, il fatalismo. E nessuno è «per natura» a prescindere malvagio: addirittura Sauron era uno spirito «angelico» prima di corrompersi fino a diventare l’Oscuro Signore di Mordor. Come del resto anche tutti i «buoni» vivono momenti di tentazione, cadendo in errori anche gravi.

E san Francesco che c’entra? «Il rapporto dell’autore con il mondo francescano – svela fra Spirito – era forte, ma non tanto da poter incidere nella scrittura. Se non in un punto. Nel personaggio di Tom Bombadil si può riconoscere un’affinità con il san Francesco descritto da Chesterton nel suo omonimo saggio, che Tolkien ben conosceva». Padre Guglielmo ha inoltre ricostruito, con l’aiuto della figlia dello scrittore, Priscilla, il soggiorno del professore ad Assisi, nell’agosto del 1955. Ospite delle clarisse del monastero di santa Colette, Tolkien qui ricevette le bozze de Il ritorno del Re, terzo capitolo de Il Signore degli Anelli. Ascoltando il suono delle chiarine (le tipiche trombe medievali), osservando i costumi dei figuranti, vivendo la festa di santa Chiara, dichiarò di sentirsi come a Gondor. Rimase poi particolarmente affascinato da San Damiano e dalla severa chiesa romanica di San Pietro, «che in effetti, oltre che alla sua spiritualità corrisponde al suo immaginario – precisa Guglielmo Spirito –, per quanto concerne le grandi costruzioni di pietra». C’è allora un po’ di Assisi nelle opere di Tolkien? Forse. Ma quel che più conta è che c’è in trasparenza una parte di noi, delle nostre miserie e dei nostri splendori, sia che viviamo ad Assisi, a Gondor, a Oxford, o in qualunque angolo di questa nostra Terra di Mezzo.

Oromë

Dopo alcuni mesi di pause riprende la nostra rubrica sui valar, le valier, la loro storia ed i loro nomi. Per le puntate precendenti potete consultare la pagina “Personaggi di Arda”.

Il Valar che oggi presentiamo è la figura di Oromë il cui nome in lingua Quenya significa “Corno Suonante” e che è conosciuto e nominato anche come Aldaron, Araw, Béma, Tauron, Il Grande Cacciatore, Il Grande Cavaliere e Signore di Foreste.

Durante l’epoca dei due alberi, nella quale molti dei Valar si ritirarono a Valinor, in Aman, dalla terra di mezzo, egli continuò la propria vita nelle forsete; così fu egli lo scopritore degli Elfi al loro risveglio a Culviénen.

Viene considerato fortissimo tra i cacciatori e fu impegnato nella lotta contro Morgoth; porta sempre con sè un grande corno da caccia, il Valaròma, capace col proprio suono di atterrire tutte le creature al servizio di Morgoth. Lo accompagna sempre il suo fedele destriero, enorme per la sua taglia, Nahar, dal manto bianco più della neve di giorno e grigio argento di notte, con zocoli dorati.

Oromë è fratello di Nessa e sposo di Vana.

Ulmo, signore del mare

Continua la rassegna sui Valar e le Valier che da una settimana ci fa conoscere questi bellissimi personaggi del Pantheon di Arda. Quest’oggi è la volta di Ulmo, altro importante personaggio del Silmarillion.

Ulmo, come gli altri Valar, compare nel Silmarillion, il libro composto di cinque racconti sull’origine del mondo di Arda che non fu pubblicato da Tolkien, ma che uscì postumo ad opera del figlio Cristopher. Nelle altre opere i Valar ed Illuvatar non sono quasi mai nominati, proprio perchè intelligentemente Tolkien, fortemente cattolico, non volle inserire una scontata apologia dell’esistenza di Dio nella propria opera. Questa presenza sarebbe stata tanto banale quanto più esplicitata. Il professore optò invece per rendere la presenza di Illuvatar e dei suoi “angeli” molto più nascosta e discreta. Fatta questa premessa, parliamo di Ulmo.

Ulmo deriva dalla lingua quenya; in particolare dal nome Ulubôz, Ullubôz, connesso col verbo ulya (versare) ed il suffisso –mo (indicante l’agente). Significa quindi “colui che versa”; l’etimologia sembra calzante poichè Ulmo è il Vala che presiede ai mari ed agli oceani.

In ordine di importanza Ulmo è il terzo vala per maestosità e potenza, dopo Manwë, al quale è legato da forte amicizia, e Varda. Al contrario odia ed è odiato da Melkor, signore del male, il quale rifugge il mare che non può essergli asservito in  alcun modo. Il padrone dei mari non dimora a Valinor (le terra al di là del mare) dopo il suo arrivo in Eä, ma preferisce la compagnia degli esseri acquatici, i mari ed i fiumi della terra di mezzo. Il suo palazzo, Ulmonan, è situato sul fondo di Ekkaia, il “mare circondante” (vedi a questo link ).  Per il fatto di essere padrone di tutte le acque Ulmo si mantiene in contatto con tutta Arda fino a sapere più cose di Manwë sull’andamento del mondo. Per questo si dice che egli viva nelle vene del mondo.

Raramente Ulmo si riunisce con gli altri Valar nel Mahanaxar, l’anello del destino, sede delle adunanze degli esseri celesti inviati da Illuvatar. Interviene solo se convocato in situazioni critiche (le circostanze riguardanti Melkor ad esempio) e pochissime volte si mostra come un essere antropomorfo. La sua forma potrebbe terrorizzare qualsiasi uomo o elfo, poichè egli si presenta come una gigantesca onda, rivestito di una scintillante armatura verde mentre suona i grandi Ulunùri, i suoi giganteschi corni. Il suo carro, come quello di molte creature acquatiche della mitologia o delle antiche saghe, è trainato da un’otaria e da un narvalo, gli unici animali che con la balena di Uin vivono nel grande oceano esterno.

Ulmo ha un vassallo, Ossë, marito di Uinen, i quali sono tra i Maiar più conosciuti (Ainur di grado minore entrati in Ea per aiutare i Valar ed associati ad alcuni in particolare). I due sono più volte utili ad Ulmo per conoscere più da vicino Elfi e uomini.

Ulmo è da sempre amante degli Elfi, e si oppone al disegno di Oromë (il Vala che assitette al risveglio degli Elfi) di portare questi ultimi su Aman. Ebbe un ruolo importantissimo nella caduta di Melkor, avendo consigliato la costruzione di Gondolin e Nargothrond (due importanti fortezze). Appare a Tuor sulla riva del mare (vedi immagine), consegnandogli un messaggio per la fortezza di Gondolin, in veste di messaggero. In tal modo sarà anche la causa del matrimonio tra Tuor ed Idril (figlia di Turgon, signore di Gondolin), i quali genereranno poi Eärendil il Beato, causa ultima della caduta di Melkor. Elwig, moglie di Eärendil, viene salvata da Ulmo durante il saccheggio dei porti di Sirion; questo le permetterà di portare un Silmaril al marito. La gemma sarà indispensabile ad Eärendil per raggiungere Valinor, il reame beato dei Valar, per chiedere aiuto contro Melkor ed ottenere il loro intervento salvifico. Inoltre si fece protettore della causa di Eärendil difendendolo dalla potenziale ira di Mandos, il giudice; questi infatti è il vala che, per volontà di Eru, impersona la giustizia, ed è noto per la propria intransigenza.

Si capisce bene dunque anche il ruolo di Ulmo alle origini e nella storia della terra di mezzo. Una sorta di Poseidone di Arda, ma con qualità angeliche e di coadiutore del bene e della sua causa nelle vicende del mondo e nella lotta contro il male e Melkor. Una figura certamente particolare ma che non manca di suscitare una certa simpatia.

Alcune curiosità sulla figura di Ulmo

Ulmo possiede gli Ulumúri, corni di foggia insolitaa, perché costituiti di molte conchiglie a spirale ed appuntite, tenute assieme da argento fuso e collegate ad un’imboccatura di madreperla e rare perle nere. A partire dalla preziosa imboccatura, lo strumento si ramifica in sette corni, ognuno di lunghezza, larghezza e timbro diversi.

Gli Ainur, gruppo progressive rock italiano, hanno composto un brano intitolato Ulmo’s Voice, contenuto nel loro primo disco From Ancient Times del 2006. Il brano narra di Ulmo, signore delle acque, fattosi presente nei pensieri di Finrod e Turgon, mentre mostra loro le future roccaforti di Gondolin e Nargothrond.

Un’ intervista interessante a Thomas Howard

Nei meandri più inaspettati della rete spesso si trova no chicche vere e proprie di chiarezza ed eleganza, come questa intervista che vi pubblico qui dal sito http://www.gliscritti.it. Tratta di vari temi riguardanti l’opera di Tolkien, in particolare del ruolo della fede di Tolkien nella redazione delle sue opere, del valore dell’amicizia e di alcuni caratteri che lo rendono un autore importantissimo per il ‘900 e la letteratura successiva. Buona lettura!

NB: Purtroppo l’autore del sito sopra citato non ha inserito la provenienza dell’articolo, da lui tratto dal web a quanto dichiara. In ogni caso pubblico link alla pagina interessata.

www.gliscritti.it

Thomas Howard ha insegnato Letteratura inglese al St.John’s Seminary di Brighton in Massachusetts fino al 1998. Convertitosi dal protestantesimo evangelico, Howard è autore di un libro famoso: Evangelical is not enough. Fu amico di C.S, Lewis ed esperto dell’opera di Charles Williams, entrambi, insieme a Tolkien, membri del circolo degli Inklings. Thomas Howard ha recentemente tenuto un corso su Il Signore degli Anelli all’International Theological Institute di Gaming (Austria). Quando Von Balthasar visitò gli Stati Uniti per la prima volta volle conoscere Howard, autore del libro The novels of Charles Williams (New York, Oxford University Press, 1983).

Innanzitutto, ha senso parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”, o, dopo i tentativi di appropriarsene fatti da destra e da sinistra, non si rischia, per così dire, di battezzare quella che è principalmente una (bellissima) favola?

A un livello superficiale così come a un livello più profondo, siamo autorizzati a parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”. Chi ce ne da il diritto è lo stesso Tolkien, che ha detto che non avrebbe mai potuto scrivere la saga se non fosse stato cattolico. Inoltre egli ha individuato, in molti elementi della narrazione, una specifica analogia con categorie cattoliche (in una conversazione con Clyde Kilby disse che riteneva Gandalf un angelo). A un livello più profondo, naturalmente, scopriamo che l’intera struttura della Terra di Mezzo è assolutamente comprensibile per qualsiasi serio cattolico. Per esempio, il bene e il male, così come vengono intesi dalla Chiesa, nella Terra di Mezzo non sono diversi da come noi ne facciamo esperienza. Il male è parassitico, e non ha altra funzione che quella di distruggere la buona solidità e bellezza che caratterizza la creazione. Gollum è un esempio significativo: in origine creatura molto simile agli Hobbit, il male lo ha poi ridotto a un sibilante, ringhioso, inaridito frammento di quello che è un Hobbit. Lo stesso vale per il paesaggio di Mordor: il male ha distrutto tutto ciò che era meraviglioso e fertile, e vi ha lasciato solo cumuli di cenere e fango.
Anche la sofferenza subita “in vece di qualcun altro” è di fondamentale importanza nella saga, come lo è per il cattolicesimo: la Compagnia dell’Anello sopporta ciò che sopporta per amore della salvezza del mondo, per così dire. Questo preannuncia ciò che è centrale per la nostra storia, ossia le sofferenze di Nostro Signore, e quelle dei santi, a favore dell’umanità peccatrice. Un avvertimento: Tolkien ha sempre dimostrato un’antipatia verso l’allegoria (riteneva che Narnia di Lewis fosse troppo allegorica), cosicché di fatto c’è il rischio di “battezzare” tutto con eccessivo zelo. Frodo non è Cristo, e nemmeno lo è Aragorn (lo sconosciuto, ma legittimo re che sta per tornare). Galadriel, per quanto pura e amabile possa essere, non è un’allegoria della Madonna. Ma, alla fine, possiamo con l’approvazione di Tolkien parlare della saga come di un capolavoro cattolico. Un post scriptum potrebbe essere l’osservazione che nessun protestante avrebbe plausibilmente potuto scrivere questa saga, poiché essa è profondamente “sacramentale”. Ossia: si raggiunge la salvezza solo attraverso mezzi concreti, fisici (l’Incarnazione, il Golgotha, la Resurrezione e l’Ascensione); e la storia di Tolkien è disseminata di “sacramentali” (il lembas, il viatico degli Elfi, dall’originario lennmbass, “pane da viaggio”; la fiala di luce di Galadriel; il mithril, in elfico è l’argento di Moria, il vero argento; Vathelas, la foglia di re, erba risanatrice così chiamata dagli Elfi).

Più che la comunicazione di un messaggio nascosto, il pregio principale del libro sembra quello di essere una grande allegoria della vita. Come dice C.S. Lewis, «nessun altro mondo è così palesemente oggettivo» come quello creato da Tolkien: gli uomini sono uomini in modo più vero, gli amici più amici di quanto spesso sperimentiamo ogni giorno. Insomma: la realtà in trasparenza. Come è possibile che un mondo fantastico ci avvicini alla natura delle cose?

Ripeto, la parola allegoria non piacerebbe a Tolkien. Gradirebbe molto di più il termine analogia. Personaggi, luoghi e oggetti della sua saga non sono simboli o allegorie o altro. Sono ciò che sono, in primo luogo. Ma si può anche dire che sono “casi esemplari” di questa o quell’altra cosa di cui noi facciamo esperienza nel nostro mondo “primario”. Ancora: Gollum non è simbolo di un’anima che si muove velocemente verso la dannazione finale: è un esempio significativo, riconoscibile dal nostro mondo, di ciò che effettivamente il male fa a una creatura. L’unica differenza fra i due mondi è che nella Terra di Mezzo riusciamo a cogliere la differenza, mentre nel nostro mondo uno può «sorridere e sorridere, ed essere un malvagio» (Otello). Il modo in cui questo mondo “fantastico”, paradossalmente, ci avvicina alla vera natura delle cose del nostro mondo (mentre a un osservatore superficiale tale fantasia potrebbe sembrare la più imperturbata evasione dalla realtà) è che questo genere di narrazione ci da distanza e prospettiva. Ci coglie di sorpresa quando la nostra guardia è abbassata. Una volta ho chiesto a Lewis perché la Passione di Aslan (episodio di Cronache di Narnia; ndr) mi commuovesse più del racconto della crocifissione, quando sapevo perfettamente che Aslan è “solo” una fantasia. Lewis mi ha risposto che quando io leggo il Vangelo, tutte le mie aspettative “religiose” sono in fremente attesa («Io DOVREI reagire in un certo modo, ossia essere grato e probabilmente addolorato»); invece dalla Passione di Aslan vengo colto alla sprovvista, e dunque può accadere che ne venga sopraffatto. Allo stesso modo ci accorgiamo, con nostra sorpresa, che le stesse rocce, l’acqua, le foreste e i villaggi della Terra di Mezzo stimolano la nostra capacità di “vedere” le rocce, l’acqua e così via del nostro mondo. Quanti di noi hanno detto, durante una passeggiata in montagna, «Beh, qui è così bello da sembrare quasi la Terra di Mezzo!».

Lo stregone Gandalf è sicuramente una delle figure più affascinanti, oltre che sicuramente la più potente, tra quelle che militano per il bene nella Terra di Mezzo. In fondo è una divinità che ha assunto i limiti della forma umana, nella prima parte della trilogia muore (lottando con un essere demoniaco nelle viscere della terra) per poi risorgere purificato. Perché Gandalf sembra spendere le sue energie soprattutto affinché ciascuno si impegni liberamente nella lotta contro il male?

Gandalf impiega le sue titaniche energie in modo così disinteressato perché, per così dire, “così stanno le cose”. Ossia, uno dei misteri della natura delle cose (nel nostro mondo come nella Terra di Mezzo) è che il bene deve essere scelto, non imposto. Tale libertà sembra essere una qualità peculiare del Bene. La coercizione non conduce mai, né gli uomini né gli Elfi, al bene. Gandalf questo lo sa. Dunque egli arriva fino a un certo punto. Non può agitare il suo bastone per allontanare l’Anello, e nemmeno può far sì che Saruman ritorni buono. Egli è servitore del Bene, non lo possiede. Si può anche far notare, in riferimento alla domanda, che non possiamo dire che Gandalf “muoia”. Senza dubbio egli “scivola negli abissi” nel suo combattimento con il Balrog (creatura mostruosa e malvagia, letteralmente “demone di potere”). E in seguito, nel suo resoconto dell’episodio, egli fa riferimento per sommi capi a quell’esperienza. Ma Tolkien evita di dirci che Gandalf muore.

Frodo ha ricevuto l’Anello, spetta quindi a lui provvedere alla sua distruzione; Gandalf, che sarebbe certamente più qualificato, non cerca mai di sostituirsi a lui, ma lo esorta a portare a termine il suo compito, come anche gli altri membri della Compagnia dell’Anello. Nel tratto finale della salita alla Voragine del Fato, Frodo non è più in grado di proseguire e Sani, non potendo portare il “fardello” al posto suo neanche per pochi metri, si carica in spalla l’amico. Amicizia e compito: c’è un legame? E poi c’è la tenera amicizia che lega gli Hobbit. Che cosa è l’amicizia ne Il Signore degli Anelli!

Certamente l’amicizia ne Il Signore degli Anelli è affine a ciò cui Lewis si riferisce in The Four Loves (I quattro amori; ndr), all’interno della categoria phileo. È una delle manifestazioni dell’amore. Non ci potrebbe essere alcuna amicizia fra gli Orchi, o fra i Cavalieri Neri. Sauron odia i suoi servi. Ma il Bene dipende, per così dire, da questo legame disinteressato tra Frodo e Sam, o tra tutti i membri della Compagnia dell’Anello, poiché è una caratteristica della vera felicità (e deriva dal Bene) il fatto che noi «sopportiamo gli uni i pesi degli altri e così adempiamo la legge» di Cristo nella nostra storia e il Bene nella Terra di Mezzo. Vi è una duplice appropriatezza nel fatto che sia Frodo a dover essere il portatore dell’Anello: 1) questo fatto ingannerà Sauron, divertito solo all’idea che dei mezzi uomini possano intraprendere un compito tanto spaventoso; 2) Dio ha scelto ciò che è debole in questo mondo per confondere i forti (e potremmo tradurre tutto ciò in termini “tolkiani” senza troppe difficoltà). Lo stesso potere di Gandalf sarebbe pericoloso se fosse lui il portatore dell’Anello, e lui questo lo sa, così come ne sono consapevoli Galadriel ed Elrond. Gli Hobbit non sono, per natura, molto interessati al potere; per cui c’è un aspetto della loro natura che “coopera con” la grazia, o con ciò che vogliamo chiamare “grazia” nella saga.

Parliamo del film: uno dei tagli più rilevanti che Peter Jackson (il regista; ndr) ha operato nel film è quello che ha colpito il personaggio di Toni Bombadil, totalmente cancellato. Che cosa perde Il Signore degli Anelli senza questa sorta di uomo primigenio, senza peccato originale, e del suo sorprendente rapporto con la natura?

Il film perde molto eliminando la figura di Tom Bombadil. Ma, d’altra parte, Tom sfuggirebbe a tutti gli espedienti cinematografici, qualora il regista più geniale cercasse di mostrarcelo. Il risultato cinematografico sarebbe una triste parodia della pura e semplice gioia, della libertà e dell’allegria di Tom.
Ci sono delle qualità che si piegano solo ad alcune forme (puoi catturare certe emozioni solo quando il soprano raggiunge il la bemolle; si possono scorgere certi aspetti dell’ineffabile negli archi di Chartres e in nessun altro modo; certi aspetti del dolore si rivelano unicamente nella Pietà). Il cinema fallirebbe, forse qualsiasi modalità di rappresentazione visiva fallirebbe, nel rappresentare Tom Bombadil. Ciò che il film perde, senza dubbio, è proprio la splendida e gaia innocenza di Tom. Questo personaggio ha alcune qualità in comune con Adamo prima della caduta; per esempio, egli è il “Signore” della Vecchia Foresta, non ne è il proprietario. Tolkien riteneva che la sua storia avesse bisogno di una tale icona di pura e semplice e immacolata bontà, che fosse in forte contrasto con tutto il male presente in quella terra. Per quanto buoni siano Gandalf, Elrond, Galadriel e Balbalbero, per non parlare degli Hobbit, in Bombadil abbiamo una particolare epifania di pura bontà.

Boromir, Denethor, Saruman, Gollum sono alcuni esempi di personaggi in misura diversa corrotti dall’Anello. Il suo potere sembra agire su una predisposizione presente in tutti, Frodo compreso, pervertendo un desiderio dalla radice positiva. Qual è la tentazione dell’Anello?

L’Anello, nella Terra di Mezzo, dev’essere per certi aspetti analogo al “frutto” dell’Eden. La sua promessa è di renderti saggio e potente, di elevarti al di sopra della tua particolare condizione (nel Medioevo si direbbe la tua “classe”) e fare di te un dio. Il bene che può esserci alla radice di questa vulnerabilità è la coscienza che qualsiasi creatura intelligente, che sia uno Hobbit, un uomo o un Elfo, ha della dignità della propria persona. Il problema è che questa coscienza si trasforma ben presto in “ambizione”, secondo l’originario significato di “desiderare di scalare in modo illegittimo la scala gerarchica”, manifestando quindi un malcontento per la posizione assegnatagli. «E meglio regnare negli inferi che servire in cielo», dice il Satana di Milton; e lo stesso dicono Sauron, Saruman e anche Gollum, sebbene l’immaginazione di quest’ultimo sembri essere miserabilmente insufficiente a una cosa tanto elevata come il potere. Semplicemente egli desidera il suo tesoro. Se Adamo vuole essere un dio. tragicamente perde la maestà che è propria dell'”uomo”; e presumibilmente, se un arcangelo è divorato dall’ambizione di essere un dominatore o un principe, allora è nei guai. Un arcangelo o uno Hobbit o un Vaia (letteralmente “i potenti”, detti anche i Signori dell’Occidente; ndr) porta a compimento il proprio glorioso destino semplicemente essendo quello che è, così come un cane conserva la singolare eccellenza propria dei cani e non delle aquile.

Nel romanzo, l’elemento divino non partecipa mai all’azione e i riferimenti a esso sono oscuri per chi non ha letto Il Silmarillion; inoltre i personaggi non hanno atteggiamenti religiosi. Eppure i più saggi tra loro sono restii a condannare senza appello, perché tutti possono «avere una parte da recitare» prima della fine: il mondo sembra ordinato secondo un disegno. Cosa c’è oltre il mare, a occidente, e che importanza ha?

L’apparente assenza di un essere supremo che disponga le cose per il Bene è un fatto naturalmente sconcertante per molti lettori della Trilogia. “Dio” non interviene mai. I personaggi sembrano lasciati a se stessi, e fanno quello che possono contro il Male. Questa è una trovata geniale da parte di Tolkien. Nelle fiabe di solito c’è qualche talismano che sistema tutto. Nella Terra di Mezzo non ce ne sono. Questo perché il racconto di Tolkien è situato a un livello infinitamente più elevato e serio dei vostri abracadabra.
Quelle storie sono affascinanti: ma la storia di Tolkien è seria tanto quanto la nostra stessa storia. E uno degli aspetti sconcertanti della nostra storia è “il silenzio di Dio”. La Compagnia dell’Anello (come i nostri santi) si arrabatta, fa del suo meglio con le sue proprie risorse, senza il lusso di qualche HocusPocus a portata di mano che possa disperdere i Cavalieri Neri o cacciare gli Orchi. E la nostra storia sembra essere spesso molto simile. Dov’è Dio? E i personaggi di Tolkien non sono “religiosi”. Nessuno dice le sue preghiere (c’è un’occasione in cui Faramir e compagni fanno una pausa prima di mangiare; ma questo, penso, al massimo può essere paragonato al momento in cui noi ci prepariamo alla preghiera, a meno che il grido «O Elbereth! Gilthoniel!» non sia una preghiera). I lettori troveranno la seguente osservazione un po’ stravagante, ma da convertito al cattolicesimo quale pure io sono, in tale inespressività dei personaggi, per ciò che riguarda la “fede”, io vedo una caratteristica specificatamente cattolica. I cattolici di solito non chiacchierano della fede. I protestanti, specialmente gli evangelici, sono sconcertati da questo silenzio. Secondo loro i cattolici non sono credenti se non sono in grado di “balbettare” almeno qualche “prova” della loro fede. Ma Tolkien, cattolico fin dall’infanzia, non vorrebbe, anzi non potrebbe, far chiacchierare sempre i suoi personaggi di Dio, così come lui (Tolkien medesimo) non potrebbe mai partecipare a un incontro di testimonianze. I fugaci riferimenti all’Occidente, e l’immagine degli Elfi che «migrano, migrano, migrano» («passing, passing, passing») verso Occidente tingono di gloria l’intera narrazione. Non qui, non qui, sembra dire quella parola, è la tua dimora definitiva. Per quanto meravigliosi e attraenti possano essere luoghi come la Contea, Rivendell o Lothlorien, anch’essi non sono la patria definitiva della felicità. Tutto deve muoversi verso Occidente. Anche in questo caso vediamo come Tolkien abbia costruito la sua storia in modo tale che virtualmente essa non è così diversa dalla nostra, e acquista perciò una gravita altrimenti impossibile.

Che ruolo ha avuto Tolkien nella letteratura europea del Novecento e in particolare in quella cattolica?

Tolkien ha avuto un ruolo nel panorama letterario europeo, anzi mondiale, del ventesimo secolo che ha fatto infuriare i critici. Ha semplicemente ignorato l’intera tradizione narrativa che ha regnato sovrana dal diciottesimo seco lo, e cioè la tradizione del romanzo “realistico” e “psicologico”. Egli è ritornato al più antico e nobile genere narrativo, ossia l’Epica. L’uomo cartesiano non ha le categorie necessarie per trattare con questo genere di cose, se non classificandole con superiorità “primitive” e “frivole”. Per un cattolico, l’opera di Tolkien giunge come un fiume di limpida fresca acqua in una fetida e malsana palude, portando con sé tutte le glorie scomparse con l’avvento della modernità, come la maestosità, la solennità, l’ineffabilità, il timore reverenziale, la purezza, la santità, l’eroismo e la stessa gloria. Descartes e Hume avrebbero delle difficoltà a spiegare cos’è la gloria usando il loro vocabolario e i loro successori, tristi, non hanno la minima idea di ciò che è andato perduto. Tolkien forse ha reintrodotto i poveri figli della modernità alla Gloria.

Manwë

The Creation of the Two Trees figured in Tolki...

The Creation of the Two Trees figured in Tolkien’s fantasy world, Arda (Photo credit: Wikipedia)

Manwë (o Súlimo) è nella cosmogonia di Ea il Signore dei Valar ed il re di Arda. Nella mente di Illùvatar, dalla quale è generato assieme a tutti gli altri Ainur, è fratello di Melkor, il Signore del Male. E’ sposo di Varda Elentàri, di cui parleremo in un prossimo post. Vive sopra il monte Taniquetil, il più alto del mondo. A motivo di questa collocazione sono suoi servitori i venti, le correnti d’aria e le Aquile. Già da queste prime righe scorgiamo una doppia ispirazione che potrebbe aver aiutato Tolkien nel dare forma a questo personaggio. Infatti egli è assimilabile da un lato allo Zeus greco, avente un rapporto speciale con le Aquile, simbolo di potenza. Dall’altro scorgiamo nei tratti e nelle vicende che riguardano Manwë una forse somiglianza di tratti con l’arcangelo Michele. Questi infatti è nella cosmologia cristiana il potente guerriero celeste che abbatte il maligno, originariamente simile a lui, in quanto Lucifero all’origine è considerato il più bello degli angeli di Dio. Questa ultima figura è notoriamente l’ispiratrice del personaggio di Melkor.

Manwë, subito dopo Melkor, è il più grande e potente degli Ainur, ma a differenza del proprio antagonista è anche colui che riesce meglio a capire la voluntà di Eru Illuvatar, la visione e la grande sinfonia cosmica. Per questo fu molto istruito nei segreti della musica degli Ainur, sulla sorte di Mandos, sulla venuta degli uomini, sulla fine del mondo e sulla seconda musica. Proprio al primo atto cosmogenetico della sinfonia, mentre Melkor cerca di cantare un proprio tema per la tracotanza di non voler sottostare al tema di Eru, è Manwë a prendere le redini della situazione e a farsi interprete del tema principale.

Dopo la formazione di Arda Manwë e gli altri Valar (il nome dato agli Ainur più innamorati della creazione di Eru) decidono di vivere in essa. Manwë riceve da Illuvatar il compito di governare Arda in sua vece ed assume il titolo di Supremo Sovrano di Arda, in quanto vicario di Eru sulla terra. Tuttavia resta sempre a lui legato e spesso, raggiungendolo col pensiero, può conversare con lui.Ha quindi un posto di preminenza in Arda. A lui solo è concesso di volare una volta che i Valar sono entrati in Ea; è lui a guidarli nel loro volo attorno ad Arda. Sempre lui è colui che sovrintende all’opera di Aule a Valinor.

Tra le varie caratteristiche e poteri che gli sono attibuiti, oltre al volo, è colui che può penetrare tutto con lo sguardo (non solo in senso fisico, ma anche come profondità d’animo). Gli uccelli, essendo stati da lui creati, gli recano notizia. Le sue trompe hanno un suono fragoroso (che richiama fortemente la tromba dell’apocalisse), e grazie alla sua conoscenza della grande sinfonia cosmogonica recano un’eco favolosa di essa. Inoltre è un fine oratore, ad esempio nell’episodio del discorso da lui pronunciato per ingannare Melkor prima dell’incantamento. E sarà proprio Manwë a scagliare Melkor fuori della porta della notte.

Gli Elfi apprendono da lui canti e poesie. Solo Manwë sa dove si reca l’anima dell’uomo dopo la morte; egli è un guardiano gentile e generoso, talmente libero dal proprio potere da non riuscire acomprendere la malvagità del fratello. Infatti dopo la prima prigionia di Melkor, durata tre ere, è lui a rilasciarlo da Mandos, permettendogli di causare la diffidenza di Feanor, l’avvelenamento dei due alberi, l’uccisione di Finwe, il ratto dei Silmaril (le tre preziosissime gemme da cui prende nome il Silmarillion) e la rivolta dei Noldor. Manwë per conservare la luce dei due alberi fa in seguito realizzare da Aule il sole e la luna, anche perchè sa dell’imminente risveglio degli Atani, e manda a proteggere questi ultimi le Aquile e Thorondor.

Dopo la caduta di Melkor è Manwë a gettare il proprio nemico al di là dei confini di Ea. Sarà poi nell’Ultima Battaglia (l’evento che metterà fine ad Arda e dopo il quale verrà la seconda musica degli Ainur, alla quale parteciperanno anche gli uomini) che i due si affronteranno nuovamente sui campi di Valinor.

 

Valar e Valier

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Dopo aver scritto qualche giorno fa un posto riguardo a Eru Illuvatar ho deciso di procedere sistematicamente nella presentazione dei personaggi di Arda, partendo dai più potenti e gloriosi, i Valar.

Nell’universo di Arda essi occupano un posto di tutto rispetto, essendo le creature più vicine a Eru Illùvatar e coloro che, nella grande sinfonia cosmica, ognuno al proprio posto e cantando la propria parte di armonia, sono preposti a dare forma al mondo. Questi esseri compaiono nel Silmarillion, alle prime righe. Vivono a Valinor, le terre al di là del mare, e sono annoverati tra gli Ainur (che in Quenya significa “i primi”). Appunto tra gli Ainur, i Valar sono coloro che hanno deciso di vivere in Ea.

Per precisare ulterirmente i termini prima di proseguire bisogna sapere che Ea è l’universo inteso come “ciò che è”. “Ea” infatti è la parola pronunciata da Illùvatar per creare il mondo, ed in Quenya significa “Sia!”. Gli Ainur dunque, dopo il comando di Illùvatar stesso, eseguirono la grande sinfonia della creazione, narrata nell’Ainundale, coadiuvandolo nel dare forma al creato.

I Valar furono gli Ainur che scelsero di abitare in Ea, e sono gli esseri in essa più potenti e gloriosi, facendo parte dei “primi”. Essi compirono questa scelta dopo aver preso parte alla visione di Illuvatar stesso durante la grande musica degli Ainur, nella quale poterono fare esperienza della visione del mondo creato da questa e dei figli di Illùvatar, da lui pensati fin dal principio. Essi furono ideati da Tolkien come un contraltare agli dei del bacino mediterraneo, per creare con essi un ciclo di mitologia nordica. Dai “cugini” mediterranei tuttavia essi raccolgono alcune caratteristiche (essere cacciatori, piuttosto che amanti della natura e di ciò che cresce, piuttosto che degli animali ecc.). Una importante differenza sta nel fatto che essi sono soggetti ad una “divinità” unica, che porta inequivocabilmente i tratti del Dio cristiano. Illùvatar è infatti sommamente saggio, lungimirante, onnipotente.

Tra gli Ainur, come noto, Morgoth (o Melkor) rappresenta invece in sostanza il maligno. Egli non volle sottostare al comando di Illuvatar e, per tracotanza, decise di cantare un proprio tema musicale che Illuvatar cercò più volte di correggere ma che alla fine lo costrinse ad allontanare questa malvagia e potentissima personalità. Dalla visione dei figli di Illuvatar egli fu sempre invidioso nei loro confronti, le creature predilette di Eru Illùvatar, e cercò sempre di distruggerli. Proprio al suo potere sarà soggetto Sauron, l’antagonista principale del bene nel “Signore degli Anelli”.

Date queste principali notizie sui Valar inserisco qui una lista degli Aratar, i Supremi di Arda, che sono i Valar più importanti e rappresentativi. Solitamente Melkor/Morgoth è tolto dal novero, facendo sì che essi passino da nove ad otto. Nei prossimi giorni tratterò in una rubrica apposita di ognuno di loro, delle sue caratteristiche e delle sue vicende, sperando che essa venga apprezzata, condivisa e commentata!

Lista dei Valar e delle regine dei Valar (o Valier)

  • Manwë detto Súlimo, Re dei Valar, Supremo Sovrano di Arda, Signore dell’Aria;
  • Ulmo, Re del Mare, Signore delle Acque;
  • Aulë detto Mahal ovvero il Fabbro, Signore della Terra;
  • Oromë detto Aldaron, il Grande Cavaliere, Signore delle Foreste;
  • Námo detto Mandos, il Giudice, Signore della Morte e del Destino; fratello maggiore di Lòrien, risiede nelle Aule di Mandos
  • Irmo detto Lórien, Signore del Desiderio; fratello minore di Námo (o Mandos), e insieme sono indicati come Fëanturi (“I Signori degli Spiriti“). Di solito viene chiamato Lórien, dal luogo dove dimora, ed i suoi giardini che in Lórien sono situati, sono i più belli di tutta Arda. È il Signore delle Visioni e dei Sogni e il suo nome significa “Desiderante” o “Signore del Desiderio”.
  • Tulkas detto Astaldo, il Valoroso, il Campione di Valinor, Signore della Guerra
  • Melkor detto Morgoth, Oscuro Signore, Fiamma di Udun, Creatore del Male, Signore del Fuoco

Le Regine dei Valar (Valier)

  • Varda detta Elentári, Signora delle Stelle; sposa di Manwe Sùlimo
  • Yavanna detta Kementári, Palúrien, Dispensatrice di Frutti, Regina della Terra; sposa di Aulë
  • Nienna, Signora della Tristezza; è stato il suo pianto ad ispirare negli altri Dei misericordia verso i mortali
  • Estë la Guaritrice, Signora della Pace. Il suo nome significa riposo. Suo sposo è Irmo, e vive con lui nei giardini di Lórien in Valinor. Durante il giorno non cammina, ma riposa nell’isola del lago Lórellin. Dalle fontane di Irmo ed Estë chiunque abiti in Valinor può rinfrescarsi;
  • Vairë la Tessitrice, Signora della Storia; sposa di Mandos, tesse continuamente delle tele che raffigurano tutta la storia del mondo;
  • Vána la Sempregiovane, Signora della Primavera; sorella di Yavanna e sposa di Oromë. Al suo passaggio i fiori si aprono e gli uccelli cantano allegramente.
  • Nessa la Danzatrice, Signora della Femminilità; è nota per la sua velocità e la sua agilità, per la sua capacità di comunicare con i cervi che la seguono tra la natura e per il suo amore per la danza nelle terre sempreverdi di Valinor; sposa di Tulkas. È anche nota per la sua bellezza pura e per l’amore che suscita il suo sguardo.

 

Se di Tolkien parla anche il papa…

Può darsi che di Tolkien, di hobbit ed elfi non siano appassionati solo i poveri comuni mortali come me, ma che se ne interessino anche i “grandi” del mondo e forse anche i papi? Probabilmente si. Proprio papa Bergoglio pare essere un appassionato delle opere del professore di Oxford. Nel pantheon letterario di papa Francesco intatti, accanto a Dostoievskij, Borges e Holderlin, ci sarebbe anche il padre del fantasy, con il suo capolavoro “Il Signore degli anelli”. Nell’Omelia della messa di Pasqua 2008, l’allora cardinal Bergoglio, soffermandosi sulla dimensione del cammino, che da molti suoi disorsi risulta a lui molto cara, cita accanto alle grandi figure della mitologia classica come Ulisse ed Enea, proprio l’autore del Signore degli Anelli ed i piccoli mezzuomini, interpreti particolari ci spiega della “dimensione del cammino” inteso come ritorno a casa, al focolare. “Nella letteratura contemporanea – spiegava l’arcivescovo di Buenos Aires – Tolkien ritrae in Bilbo e Frodo l’immagine dell’uomo che è chiamato a camminare e i suoi eroi conoscono e attuano , proprio camminando, il dramma” della scelta “tra il bene e il male”. Ma è una lotta, aggiunge, in cui non manca la dimensione del “conforto e della speranza” . “L’uomo in cammino ha in sé la dimensione della speranza: entra nella speranza. In tutta la mitologia e nella storia risuona l’eco del fatto che l’uomo non è un essere fermo, stanco, ma è chiamato al cammino, e se non entra in questa dimensione si annulla come persona e si corrompe”.

E non sembra strano che ad un papa piacciano le creature di Tolkien, così semplici e allo stesso tempo epiche ed evocanti temi ed echi biblici, ma richiamanti anche un universo di echi storici e letterari che portano con sè la coscienza umana formatasi nei secoli. Se “Lo Hobbit” è un viaggio che ti cambia la vita, come scritto in un articolo qui ripreso qualche giorno fa, la dimensione del cammino tanto cara al papa deve giocare un ruolo fondamentale. Lo stile del racconto sapienziale tipico delle opere di Tolkien (soprattutto del Silmarillion) che le avvicina tanto alla sacra scrittura, è cedrtamete un elemento che può rendere “simpatiche” queste opere e queste narrazioni ad un uomo e ad un papa che fa del racconto il proprio stile.

Notizia segnalata da inoltreilblog.wordpress.com

 

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