Archivi categoria: Giornalismo

Ambizioni

Non ridere! Ma una volta (la mia cresta si è comunque abbassata da tempo) avevo in mente di creare un corpo di leggende più o meno interconnesse tra loro che spaziassero dalle vastità della cosmogonia alla fiaba romantica […] e che io potessi dedicare semplicemente all’Inghilterra, al mio paese.

dalla lettera 131 di J.R.R. Tolkien, indirizzata all’editore Milton Waldeman

Buon compleanno a Christopher Tolkien

 

La verità della famiglia Tolkien

Quest’oggi Christopher Tolkien, terzo figlio di J. R. R. Tolkien,  compie 89 anni. Ci sembra giusto ricordare questa ricorrenza dato che il festeggiato è curatore di moltissime edizioni delle opere del padre (l’ultima fatica è stata The Fall of Arthur nel corso di questo stesso anno) il quale lo nominò proprio esecutore letterario. A questo link la pagina di Wikipedia con una biografia di Christopher Tolkien.

A questo link invece un articolo da “Panorama” su Christopher Tolkien e i suoi rapporti con Peter Jackson e i film tratti dalle opere del padre.

 

 

 

L’arrivo di Sauron. Un racconto inedito che sembra “The Road”

di Edoardo Rialti

da “Il Foglio”

Tu sei il mio unico figlio, il mio carissimo figlio, e vorrei che in ogni nostra scelta fossimo come uno solo. Ma scegliere dobbiamo – sia tu che io – giacché al tuo ultimo compleanno sei divenuto uomo d’armi e al servizio del re. Scegliere dobbiamo tra Sauron e i Signori (o Uno più grande ancora). Immagino tu sappia che non tutti i cuori in Númenor sono attratti da Sauron?”. “Sì, anche in Numenor ci sono dei pazzi”, disse Herendil, abbassando la voce, “ma perché parlare di cose simili all’aperto? Desideri forse attirare del male su di me?”. “Non porto alcun male”, disse Elendil. “Ed ecco cosa ci è imposto: scegliere tra mali, son questi i primi frutti della guerra. Ma guarda, Herendil! La nostra è una Casa di sapienza e di conoscenza vigile, ed è stata a lungo riverita per questo. Io ho seguito mio padre, per come ho potuto. Seguirai tu me? Cosa sai della storia del mondo o di Númenor? Non hai che 44 anni [gli uomini di Númenor invecchiano assai più lentamente dei comuni mortali. A ottant’anni sono ancora nel pieno del vigore, nda]. E non eri che un bambino all’arrivo di Sauron. Non puoi capire come fossero i giorni prima di allora. Non puoi scegliere nell’ignoranza

 

“Eppure altri, più anziani o saggi di me o di te, hanno scelto”, fece Herendil. “E dicono che la storia dà loro conferma, e che Sauron ha gettato nuova luce sulla storia. Sauron la storia la conosce, tutta quanta”. “Certo, Sauron la conosce, ma egli distorce la conoscenza. Sauron è un bugiardo!”. La rabbia crescente fece alzare la voce di Erendil. Le parole suonarono come una sfida. “Tu sei pazzo” disse suo figlio, volgendosi alfine verso suo padre con occhi timorosi ed impauriti. “Non dirmi cose simili! Loro potrebbero, potrebbero…”. “Chi sono questi loro, e cos’è che potrebbero fare?”, chiese Elendil, ma il brivido della paura passò dagli occhi di suo figlio al suo stesso cuore.
“Non chiederlo! E non parlare così forte!”. Herendil si voltò altrove, e giacque a terra con la faccia nascosta tra le mani. “Lo sai che è pericoloso per tutti noi. Chiunque egli sia, Sauron è potente, e può ascoltare. Ho paura dei sotterranei, e ti voglio bene, ti voglio bene. Atarinyatye-melàne.”
Atarinya tye-melàne, padre mio, ti voglio bene. Le parole suonarono strane, ma dolci: addolcirono il cuore di Erendil. “A yonya inye tyemèla: ti voglio bene anch’io, figlio mio”, disse, sentendo mentre parlava strana ogni sillaba, ma vivida.

 

(J. R. R. Tolkien, “La strada perduta”, romanzo incompiuto. Traduzione di Edoardo Rialti)

 

 

Anche Tolkien vittima delle teorie del gender

Pulp Fiction

Pulp Fiction (Photo credit: Wikipedia)

Cosa avrebbe detto il povero J. R. R. Tolkien se, all’inizio degli anni ’70, qualcuno gli avesse anticipato i contenuti delle a noi contemporanee teorie del gender? Certamente non avrebbe concordato, e anzi possiamo im

maginare che avrebbe potuto dissentie profondamente. Egli infatti fu conoscitore profondo dell’animo umano perchè prima di tutto conosceva i propri limiti ed i propri difetti, come ben testimoniano le sue lettere e, ancor di più, le sue opere.

Ancora di più tuttavia avrebbe potuto irritarsi se le sue opere, o opere ad esse ispirate, fossero state sottoposte a giudizi affrettati e grossolani. Lo fece più volte in vita; quando alcuni critici bocciarono la trilogia “The Lord of the rings” l’autore rispose prontamente che essi non avevano per niente capito ciò che ad essa soggiaceva. Era il mondo del mito, del racconto sapienziale; il mondo della mitologia nordica che il professore cercava di recuperare per ridonarla alla sua Inghilterra. A chi interpretava il suo mondo come evasione egli risponde

va che esso non era una terra diversa dalla nostra. Era la stessa terra, ma in un’altra epoca ed abitata in parte da creature diverse dagli uomini, con lingue diverse. Egli non l’aveva inventata ma solo scoperta. Da tutto ciò possiamo capire che avrebbe da ridire se potesse vedere oggi ciò che accade in Svezia.

Quale sia l’ultima trovata nordica in fatto di critica cinematografica

possiamo descriverlo in fretta. Le sale svedesi, o almeno molte di esse, hanno da poco adottato un nuovo criterio per giudicare le pellicole cinematografiche. Ci si chiede se esse rispettino e tutelino l’identità di genere. Perchè le donne non debbano sentirsi offese, secondo il cosiddetto “Bechdel test” nelle pellicole devono essere presenti almeno due donne, che parlino almeno una volta tra loro di argomenti che non siano gli uomini. Non c’entrano quindi scene p

iù o meno esplicite di nudo o le battute volgari sul “gentil sesso”.  Il criterio è quello sopra esposto.

Evidentemente il sopracitato test è l’ultimo modo in cui si cerca id

eologicamente di far passare in Svezia il becero concetto secondo cui la pari dignità di uomo e donna si otterrebbe a forza di omologazioni forzate anche in campo artistico.  L’iniziativa è piaciuta all’istituto statale dei film svedese, che ha dato il proprio sostegno a quello che pare quantomeno un test basato su un colossale errore di metodo. Numerose voci critiche si sono levate tra gli esperti che asseriscono che numerosissimi film di qualità non passano il test basato sulla metodologia indicata. Al contrario altre pellicole lo superano brillantemente, ma sono di qualità inferiore e il contenuto non è sempre edificante per la società. Per intenderci “Vacanze di Natale ’90” (cinepanettone con Christian De Sica e Massimo Boldi ) sorpasserebbe di gran lunga non solo “Lo Hobbit, Andata e ritorno” e la trilogia del “Signore degli Anelli”, ma anche altri film di

successo come “Star Wars” e “Pulp Fiction”.

Il 17 novembre viene organizzata dal canale televisivo Viasat film una maratona di pellicole scelte in base al Bechdel test.

Genderfollia allo stato puro.

Morte (e ritorno) del re

di Edoardo Rialti

da Il Foglio

13 Ottobre 2013

La storia e l’opera di J. R. R. Tolkien non si possono capire senza leggere la lettera che, bambino, spedì al padre morente. E che il padre non riuscì a leggere

Ha scritto il romanzo più celebre del suo tempo, tenendo svegli a tarda notte bambini, operai, professori universitari, poeti, mistici. Ha immaginato continenti, razze, mostri, e ha valicato raramente i confini della sua città. Ha raccontato una storia per i suoi figli e i suoi amici, senza sapere che sarebbero stati milioni di persone. Ha ripreso antichi miti scovati in pergamene polverose, facendo respirare al Novecento una boccata d’aria fresca. Le destra e la sinistra se lo sono conteso a Woodstock e nei Campi Hobbit. Ha suscitato amori che durano per tutta la vita, e avversioni altrettanto violente. Ha ispirato Auden, Asimov, Stephen King, ma anche i Led Zeppelin, i Beatles, George R. R. Martin, e ovviamente Peter Jackson. Un padre, un artista, un cattolico monarchico innamorato degli alberi e del tabacco: questo e molto altro è J. R. R. Tolkien, di cui il Foglio intende raccontare, con documenti e traduzioni inedite, la vita e le opere, e attraverso di esse il nostro stesso tempo. Quello che segue è il primo di una serie di articoli che usciranno settimanalmente sulle pagine del Foglio.

“La nave veleggiò nell’alto mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia sentì nell’aria una fresca fragranza e dei canti giungere da oltre i flutti allora gli parve che la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba”.

E’ su questa soglia che si chiude il viaggio di Frodo ne “Il Signore degli anelli” di Tolkien, il romanzo fantastico più celebre della storia e una delle opere più lette del Novecento; dopo battaglie e vittorie insperate, orrori e dolori, il protagonista, ferito di una piaga che non guarisce, salpa per occidente, ed è con quella fuggevole immagine che il narratore ce lo consegna per un ultimo sguardo.

T. S. Eliot, citando Maria Stuarda al patibolo, aveva scritto negli stessi anni che “nella mia fine è il mio principio”; parafrasandolo si potrebbe dire la stesso, e l’opposto, proprio di Tolkien: quell’immagine non poteva che attendere la struggente chiusa del libro con cui avrebbe incantato così tanti milioni di lettori, perché era ciò che aveva segnato l’inizio della sua vita, e non avrebbe mai smesso di accompagnarla. Gli eventi della sua biografia sono infatti scanditi, fin dai primissimi anni – citando “Lo Hobbit” – da un’“andata e un ritorno” da una sponda all’altra dell’oceano, e da un’altra figura che ha preso la via del mare, qualcuno che, per uno strano caso, porta proprio il nome del re ferito di cui le leggende inglesi attendono ancora il ritorno, e che, esattamente come Frodo, salpa per guarire su un’isola fatata. Arthur Tolkien, padre di John Ronald Reuel.

E’ da Bloemfontein, stato libero dell’Orange, che, come racconta il biografo H. Carpenter, il giovane responsabile britannico della Bank of Africa Arthur Tolkien assieme alla moglie Mabel scrive in Inghilterra il 4 gennaio 1892: “Mia cara mamma, questa settimana ho una buona notizia per voi. Mabel la scorsa notte mi ha regalato un bellissimo bambino. Il bambino è ovviamente adorabile. Ha belle mani, con le dita lunghe, e belle orecchie, capelli biondi, occhi alla Tolkien e una bocca chiaramente ‘Suffield’. In generale dà proprio l’impressione di essere una versione molto carina di sua zia”.

Chi sarebbe divenuto poi uno dei filologi più rispettati di Oxford e avrebbe inventato interi linguaggi e grammatiche, non poteva che soffermarsi con attenzione sul proprio stesso nome, quel J. R. R. che sarebbe comparso, oltre ogni sua previsione, sulle t-shirt degli adolescenti di mezzo mondo. Anzitutto John, “molto amato e molto usato dai cristiani e dato che sono nato nel giorno di San Giovanni Evangelista lo considero il mio patrono – anche se né mio padre né mia madre, all’epoca, avrebbero pensato a qualcosa di così romano come darmi un nome perché era quello di un santo”. Quanto agli altri “mio padre propendeva per John Benjamin Reuel (che adesso sarebbe piaciuto anche a me); mia madre era sicura che sarei stata una femmina e dato che le piacevano nomi più romantici (e meno biblici) aveva deciso per Rosalinda. Quando nacqui io, prematuro, e maschio, benché debole e sofferente, Rosalind venne sostituito con Ronald. Allora era abbastanza raro in Inghilterra come nome cristiano… benché oggi, ahimè!, sembra diffuso tra i criminali”. Anche l’amico C. S. Lewis avrebbe sempre mal sofferto di essere chiamato Clive, e si autoproclamò “Jack”. Tolkien per gli amici e gli intimi sarebbe stato sempre e soprattutto “John Ronald” oppure “Tollers”. E non si può non sorridere leggendo i complimenti con cui la madre Mabel lo descrive alla suocera: “Il bambino assomiglia a un essere fatato quando è tutto vestito con fiocchi e scarpe bianche… e quando è svestito mi sembra che assomigli, ancor più, a un elfo”. Non poteva certo immaginare che sarebbe stato proprio lui che, per dirla con Stephen King, avrebbe dato al Novecento tutti gli elfi e i maghi di cui avrebbe avuto bisogno.

La prima foto di famiglia, nelle parole di Carpenter, ce lo mostra con la madre e la balia mentre “Arthur, sempre un poco dandy, sfoggiava un abito bianco, la paglietta in capo e una posa spiritosa; alle loro spalle stavano in piedi i due servitori di colore, la cameriera e il garzone Isaak, entrambi visibilmente felici e sorpresi per lo straordinario privilegio di essere inclusi nella fotografia”. Sarà proprio il garzone a “rapire” senza malizia il bambino, per mostrarlo come una meraviglia bianca al suo villaggio. Nonostante lo spavento non sarà cacciato e in segno di riconoscenza chiamerà a sua volta il proprio figlio Izaak Mister Tolkien Victor. L’amore per il linguaggio e per il disegno, due passioni che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita, si mostravano già allora: ancora assai piccolo Tolkien “parlava con scioltezza e intratteneva gli impiegati della banca nella sua visita quotidiana all’ufficio del padre, dove ogni giorno chiedeva carta e matita per disegnare e scarabocchiare”.

Mabel, John Ronald e il fratellino Hilary precedettero Arthur in Inghilterra nel 1895. Il lavoro nella filiale lo obbligava sempre a rimandare. Ma sei mesi dopo le febbri reumatiche resero la sua situazione sempre più grave, tanto che la moglie iniziò i preparativi per raggiungerlo nuovamente con i bambini.
Mancava poco alla partenza e il 14 febbraio 1896 Tolkien dettò alla balia questa letterina a quell’uomo lontano e ammalato, di cui ricordava solo il gesto di incidere le iniziali del proprio nome sui loro bagagli: “Carissimo papà, sono così felice di tornare indietro e rivederti dopo tanto tempo da quando siamo venuti via e spero che la nave ci porti tutti da te”. Ma, racconta Carpenter, “la lettera non fu mai spedita, perché nel frattempo arrivò un telegramma”, quello della morte di Arthur.

Il rigoroso docente dell’Alto Medioevo inglese, il cantore di tante fiabe e leggende fu sempre un accanito avversario degli psicologismi letterari: “Sono contrario alla tendenza attuale della critica, con il suo eccessivo interesse per i dettagli delle vite degli autori e degli artisti. Solo l’angelo custode di ognuno di noi, oppure Dio stesso, è in grado di svelare la vera relazione che c’è tra i fatti personali e le opere di un autore”. Paragonava critici siffatti al suo malvagio mago Saruman che “rompe un oggetto per sapere com’è fatto”. L’amico scrittore C. S. Lewis, l’autore di “Narnia”, li chiamava quelli “del gatto invisibile”, per cui se ci fosse un gatto invisibile non lo si vedrebbe e siccome non lo si vede c’è davvero un gatto invisibile. Investigare il tema inconscio della paternità mancata nella sua scrittura facendo ad esempio l’elenco dei protagonisti orfani nelle opere di Tolkien, che pure non sono pochi (basti pensare ai due protagonisti come Frodo ed Aragorn) sarebbe forse accolto dal suo naturale riserbo inglese come una invadenza maleducata e malriposta, oltre che come “abbandonare il sentiero della saggezza”. Ben più interessanti, e ben più espliciti, sono altri temi al riguardo. Uno sarà quello che Tolkien stesso definirà il suo “complesso di Atlantide”: l’immagine di un’intera civiltà travolta da “un’onda inevitabile che si ergeva all’improvviso, alle volte da un mare quieto e, altre volte, incombendo sulle terre verdi”. Ed è contro tale immane distruzione che, nella sua immaginazione, si leva proprio un rapporto padre-figlio. Per tutta la vita Tolkien tornerà a raccontare la caduta di Númenor, la splendida città umana che, istigata dal demoniaco Sauron, si arroga il diritto di salpare per le terre degli deì e conquistarne l’immortalità. Una delle numerose variazioni sul tema che Tolkien dedicherà a questo racconto fu l’abbozzo di un romanzo che in più di un aspetto precorre “La strada” del premio Pulitzer McCarthy, fin dal titolo: “La strada perduta”. Il progetto era ambizioso: comprendeva un padre e un figlio, oggi, a discorrere assieme sulla riva del mare. La scena si sarebbe ripetuta ancora e ancora con coppie simili, ognuna qualche centinaia di anni prima nella stessa linea ereditaria, risalendo al Medioevo longobardo eppoi su fino, appunto, all’immaginaria Númenor, dove un padre e un figlio decidono di opporsi al folle progetto dei seguaci di Sauron, cercando di restare fedeli all’onore, alla dedizione agli dei, e all’amore reciproco mentre tutto un mondo cadrà a pezzi.

“Atarinya tye-melàne” ti voglio bene, padre, “A yonya inye tyeméla”, anch’ io ti voglio bene, figlio: è su queste semplici parole, le stesse che tante volte ricorreranno tra i grattacieli dilianati di McCarthy, che si suggella la resistenza dei due che fuggiranno, come Noè, dalla rovina imminente.

L’ambizione di quel vasto disegno non sarebbe mai stata del tutto abbandonata, come confidò una volta Tolkien stesso: “Non ridere! Una volta avevo in mente di creare un corpo di leggende più o meno legate, che spaziasse dalla cosmogonia, più ampia, fino alla fiaba romantica, più terrena, che traeva il suo splendore dallo sfondo più vasto – da dedicare semplicemente all’Inghilterra, alla mia terra… Naturalmente c’era ed esiste tuttora il ciclo arturiano, ma pur nella sua potenza, è solo imperfettamente naturalizzato”. Ed è appunto al misterioso viaggio al di là del mare che Tolkien dedicò negli anni Trenta il suo incompiuto poema “La cadutà di Artù”, edito per la prima volta proprio in questi mesi dal figlio Christopher. Tra le annotazioni su come la storia avrebbe dovuto proseguire troviamo, ancora e ancora, non soltanto la tradizionale conclusione per cui “Artù muore al tramonto. Ladri percorrono il campo… la nave nera risale il fiume. Arthur vi viene deposto” ma anche il cortocircuito narrativo per cui la fatata isola Avalon verso cui Artù viene portato del folklore britannico diventa proprio la Valinor dei miti tolkieniani, quell’Oltre che non si può conquistare ma a cui può essere solo, graziosamente, concesso di accedere. Non solo: a differenza delle consuete leggende, in Tolkien non è solo Artù a partire; alla fine anche “Lancillotto prende una barca, parte verso occidente per non fare più ritorno”. Sarà così anche nella parte conclusiva della sua trilogia, quel “Ritorno del re” dal titolo così esplicitamente arturiano. Alla fine tutti i protagonisti, magari dopo anni di distanza, “passeranno in occidente”, con tutta la potenza allusiva di quel “passare”. Anche Sam il giardiniere, piangendo vede salpare il suo caro padrone Frodo, al pari dei cavalieri arturiani, “rimase lì immobile, udendo soltanto il sospiro e il mormorio delle onde sulle spiagge della Terra di Mezzo, e il rumore penetrò sino in fondo al suo cuore”. E un giorno anche per lui tale richiamo chiederà di essere ascoltato.

Questo “finale arturiano” – come Tolkien stesso lo definì – sarebbe sempre rimasto, perché già c’era, nelle profondità della sua anima e del suo sguardo. Il mare, il padre, e Artù. Quel mare, solcato da bambino e scrutato in attesa di potersi ricongiungere a un padre che si ricorda a malapena, sarebbe stato per Tolkien sempre carico di una voce assieme dolce e triste; nelle sue opere si parla sempre dell’oceano e delle sue “musiche grandi e terribili; e l’eco di quei suoni percorre tutte le vene del mondo in gioia e in tristezza; poiché, se gioiosa è la fonte che zampilla al sole, le sue sorgenti si trovano nei pozzi di insondabile dolore alle fondamenta della terra”. Questo perché “nell’acqua tuttora vive l’eco della Musica degli Ainur più che in ogni altra sostanza reperibile su questa Terra; e molti continuano a prestare orecchio insaziato alle voci del Mare, pur senza capire che cosa odano”. Per Tolkien, echeggiando Agostino e Dante, ascoltare quella musica angelica nelle onde del mare e nei gridi dei gabbiani, e struggersi per essa, costituiva parte di quel dono misterioso che Dio, Ilúvatar, Colui che è “Padre di tutti”, ha concesso agli uomini: “Volle dunque che i cuori degli uomini indagassero aldilà del mondo, e in questo mai trovassero pace”. Un dono di cui fa parte, misteriosamente, la morte stessa. Per tutta la vita, in tante storie e sfumature diverse, si sarebbe sempre arrivati, da principio o alla fine, a una qualche candida spiaggia, da cui partire o vedere qualcuno partire; Tolkien avrebbe sempre raccontato quell’incantesimo segreto, quel richiamo. Tutta la sua vita, tutti gli anni passati a lavorare, amare la sua famiglia e i suoi amici, a scrivere e dibattere, sarebbe stata in una piccola, cara isola verde, circondata dal misterioso canto del mare, e dalla voce di un padre, tanto umano quanto Divino, che vi mormora delle antiche parole: “A yonya inye tyeméla”. Ti voglio bene, figlio.

Nuova collezione di testi che ispirarono il professore

Italo Calvino soleva dire che l’ispirazione non è qualcosa che arriva così in un momento, ma una conquista lenta e faticosa, fata di molti fogli abbozzati e stracciati. Più esplicitamente diceva che “l’ispirazione sono le nove ore col culo sulla sedia”.

Certamente Tolkien non si sottrasse al duro lavoro della scrivania, spesso infruttuosa, ma ebbe ottimi alleati; i testi che lo ispirarono. La casa editrice Penguin sta preparando una edizione delle opere che egli tenne in conto nel preparare i suoi capolavori e la sua riscrittura dei miti nordici nei libri che tutti amiamo.

La collezione dovrebbe essere lanciata a novembre di questo anno. Per ulteriori informazioni leggere a questo link.

Francesco della contea

Dal sito de “Il messaggero di S. Antonio” postiamo questo articolo riguardante la ricerca spirituale di J. R. R. Tolkien. Con le sue opere il professore, profondamente cattolico, riesce ancor oggi a raggiungere moltissimi che cattolici non sono. Un’altra prova dell’universalità dei messaggi che le sue opere portano. Anche per questo amo Tolkien; a differenza di molti non cerca subito di convertire o di convincere il lettore a credere ciò in cui lui crede. Fa una proposta, racconta una storia e porta dei personaggi; senza rumore e senza strepito; senza ansie di convertire. Vuole raccontare una storia che scaturisce anche dal suo vissuto; se qualcosa dovrà nascere lo si vedrà durante le avventure di Bilbo, Frodo e di tutti gli altri personaggi di Arda.

 

Tolkien e le radici in cielo

dal sito www.messaggerosantantonio.it

Mentre «Lo Hobbit» fa il suo esordio sul grande schermo, ripercorriamo l’epopea e la vita dell’autore, alla scoperta del costitutivo orizzonte cattolico de «Il Signore degli Anelli».

di Alberto Friso

Hanno dovuto attendere otto anni i milioni di appassionati de Il Signore degli Anelli per tornare a respirare al cinema le atmosfere della Terra di Mezzo, dopo gli undici premi Oscar vinti nel 2004 da Il ritorno del Re. Il 13 dicembre, infatti, debutterà nelle sale Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, primo di tre film che ci accompagneranno da qui al 2014, rivisitando il libro scritto da John Ronald Reuel Tolkien nel 1937 nel quale si narra l’antefatto della saga.
Ora, i fan di Tolkien sono certo innumerevoli, ma chi non ama il genere fantasy perché dovrebbe provare simpatia per elfi, nani, orchi e armamentario vario? Non è roba da bambini, o al limite da adolescenti? Chi lo pensasse è in buona compagnia. All’inizio, almeno per quanto riguarda Lo Hobbit, era l’opinione anche dello stesso autore, che infatti aveva composto il racconto per intrattenere i quattro figli nelle lunghe serate dell’inverno inglese dopo il tè delle cinque. La vicenda ripercorre l’avventuroso viaggio di Bilbo Baggins al seguito di un gruppo di nani, e di Gandalf lo stregone, alla riconquista del tesoro carpito dal drago Smaug.

Ma i figli crescono, e le storie per le quali pur avevano mostrato interesse perdono presa: così Lo Hobbit – come riporta Humprey Carpenter in J.R.R. Tolkien. La biografia (Lindau 2009) – «ci mancò poco che, seguendo la sorte di altri racconti, non rimanesse incompleto», con gli ultimi capitoli lasciati appena abbozzati. La stesura venne completata solo per le insistenze dell’editore Stanley Unwin e dell’amico di una vita Clive Staples Lewis, l’autore de Le cronache di Narnia e de Le lettere di Berlicche. Fu così che il libro del docente di filologia anglosassone a Oxford vide la luce, ottenendo fin da subito uno straordinario successo di vendite.

Ma se ci si ferma all’idea del «racconto per bambini», dicevamo, si è fuori strada. In real­tà è accaduto per certi versi quanto più di recente è stato possibile osservare con la saga di Harry Potter, dove il tono fanciullesco dell’esordio è andato approfondendosi mano a mano fino al ben più problematizzato settimo volume dell’epilogo. Così Lo Hobbit, al di là della sua genesi «infantile», deve essere letto alla luce de Il Signore degli Anelli, uscito in tre volumi tra il 1954 e il 1955, vera summa nella quale confluiscono in maniera compiuta studi, miti, epiche, passione linguistica, modi di pensare, valori, spiritualità dell’autore. Aiuterà a comprenderlo la modalità di scrittura. Per quanto possa sembrare stupefacente – il mondo della Terra di Mezzo è complessissimo, basti leggere Il Silmarillion –, l’architettura dell’opera narrativa del professore di Oxford è andata costruendosi senza partire da un progetto preciso, anzi con uno stile che fa venire in mente i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, come si evince da questa affermazione di Tolkien contenuta in una lettera e riguardante l’«esordio» di un suo protagonista: «Grampasso seduto in un angolo della locanda fu una sorpresa, e non avevo proprio idea, come Frodo del resto, di chi potesse essere».

La circostanza è utile per ribadire quale fosse la finalità del romanzo. Nella medesima missiva – reperibile in La realtà in trasparenza. Lettere (Bompiani 2001) –, Tolkien sostiene di aver stilato il suo libro più famoso «per soddisfazione personale, spinto dalla scarsità della letteratura del genere che a me sarebbe piaciuto leggere. (…) Molte delle persone che hanno apprezzato Il Signore degli Anelli sono state soprattutto colpite dal fatto che fosse una storia avvincente; e con questo obiettivo era stata scritta». Che sia «una storia avvincente» siamo tutti d’accordo, ma – e saranno i suoi estimatori a mostrarglielo – c’è anche ben altro tra le righe dell’opera. Così, quando l’amico gesuita Robert Murray, visionato il dattiloscritto de Il Signore degli Anelli, confida che la lettura gli aveva lasciato una forte sensazione di «una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia», e paragonava la figura di Galadriel a quella della Madonna, Tolkien gli risponde: «Tu sei più perspicace, specialmente sotto certi aspetti, di qualsiasi altro, e hai rivelato persino a me stesso alcune cose del mio lavoro. Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità. Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Prosegue quindi con un fondamentale tratto autobiografico, che suona quasi come una giustificazione oltre che un omaggio alla mamma: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo 8 anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo debbo a mia madre, che ha tenuto duro dopo essersi convertita ed è morta giovane, a causa delle ristrettezze e della povertà che dalla conversione erano derivate». Non tutti sanno, infatti, che il famoso scrittore era un fervente cattolico, che partecipava quotidianamente all’eucaristia, che venerava in special modo la Vergine Maria, san Giuseppe e l’angelo custode. La sua testimonianza cristiana, ad esempio, fu decisiva perché anche l’amico C.S. Lewis approdasse alla fede.

Un intellettuale cristiano

L'attore Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio. Foto: Todd Eyre/Warner Bros.Entertainment Inc. and Metro Goldwyn-Mayer Pictures Inc.È così che, sulla scia di padre Murray, tanti studiosi e appassionati hanno cercato di individuare nelle opere di Tolkien le tracce di quella sensazione di «compatibilità con la dottrina della Grazia» che la lettura de Il Signore degli Anelli lascia in ciascuno. Tra questi, padre Guglielmo Spirito, frate conventuale italo-argentino, autore di Tra San Francesco e Tolkien. Una lettura spirituale del Signore degli Anelli (Il Cerchio 2006). «Per comprendere Tolkien – spiega il religioso – bisogna entrare nella sua mentalità affine a quella medievale, nella sua visione simbolica e sacramentale della realtà.

Tutto il visibile, dato che è creato ed è buono, rimanda a un disegno di bontà a favore delle creature che è prettamente corrispondente al racconto biblico. La drammaticità del male dipende da un uso distorto della libertà. Il male è solo distruzione, ma la morte non è l’ultima parola, perché l’esistenza è aperta oltre i cerchi del mondo. C’è sempre una speranza di salvezza globale, anche quando le tenebre si infittiscono. Questa versione è corrispondente alla rivelazione, e plasma l’intero cosmo della Terra di Mezzo, senza che l’autore senta il bisogno di renderla esplicita. Tolkien scrive a partire dalle radici, e noi gustiamo i frutti, ma come avviene nella migliore tradizione medievale, le radici sono in cielo, e i frutti sulla terra».

Ecco perché non si può associare in maniera semplicistica un personaggio a una figura religiosa, come invece siamo autorizzati a fare per il leone Aslan de Le cronache di Narnia, figura di Cristo. Tolkien, a differenza di Lewis, non usò allegorie stringenti e precise. Ciò non toglie che, per esempio, in alcuni tratti della nobile elfa Galadriel, Dama della Luce, possiamo trovare la «radice in cielo» di Maria. E non possiamo non notare che il giorno della sconfitta di Sauron e della liberazione dei popoli che abitano la Terra di Mezzo (ovvero il nostro mondo) è il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione. E viene naturale associare all’Eucaristia il lembas, il «pan di via» elfico che nutre la volontà ancor più che il corpo. «La mente – rifletteva Tolkien – indugia su cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica».
Al di là delle singole analogie, sono la storia stessa,  i temi e le scelte dei personaggi a svelare i valori di riferimento dell’autore. Emergono le virtù dell’amicizia, della lealtà, della prudenza, dell’obbedienza, dell’amore, della gioia. Ne escono sconfitte la volontà di possesso, di potere, l’orgoglio, l’avidità, la violenza, l’inganno, il fatalismo. E nessuno è «per natura» a prescindere malvagio: addirittura Sauron era uno spirito «angelico» prima di corrompersi fino a diventare l’Oscuro Signore di Mordor. Come del resto anche tutti i «buoni» vivono momenti di tentazione, cadendo in errori anche gravi.

E san Francesco che c’entra? «Il rapporto dell’autore con il mondo francescano – svela fra Spirito – era forte, ma non tanto da poter incidere nella scrittura. Se non in un punto. Nel personaggio di Tom Bombadil si può riconoscere un’affinità con il san Francesco descritto da Chesterton nel suo omonimo saggio, che Tolkien ben conosceva». Padre Guglielmo ha inoltre ricostruito, con l’aiuto della figlia dello scrittore, Priscilla, il soggiorno del professore ad Assisi, nell’agosto del 1955. Ospite delle clarisse del monastero di santa Colette, Tolkien qui ricevette le bozze de Il ritorno del Re, terzo capitolo de Il Signore degli Anelli. Ascoltando il suono delle chiarine (le tipiche trombe medievali), osservando i costumi dei figuranti, vivendo la festa di santa Chiara, dichiarò di sentirsi come a Gondor. Rimase poi particolarmente affascinato da San Damiano e dalla severa chiesa romanica di San Pietro, «che in effetti, oltre che alla sua spiritualità corrisponde al suo immaginario – precisa Guglielmo Spirito –, per quanto concerne le grandi costruzioni di pietra». C’è allora un po’ di Assisi nelle opere di Tolkien? Forse. Ma quel che più conta è che c’è in trasparenza una parte di noi, delle nostre miserie e dei nostri splendori, sia che viviamo ad Assisi, a Gondor, a Oxford, o in qualunque angolo di questa nostra Terra di Mezzo.

La Terra di Mezzo si sposta a Montefiorino

La XX edizione di Hobbiton, manifestazione nazionale dedicata ai libri di J. R. R. Tolkien, avrà luogo quest’anno, dal 13 al 15 settembre, nel centro appenninico di Montefiorino (MO) .  L’evento è promosso, come ogni anno, dalla Società Tolkieniana Italiana
, che ogni anno sceglie location diverse per la manifestazione. Questa porta con sè non solo mercatini, musica e splendidi costumi da elfo, ma anche eventi culturali. Quest’anno sarà Valerio Massimo Manfredi, celebre archeologo ed autore di romanzi storici sull’antichità, a relazionare sul tema “Il fantastico e il mondo antico”. La conferenza è prevista per venerdì 13 settembre alle ore 20.30.

Altre conferenze renderanno ricco il programma della intensa tre giorni. Ci saranno anche numerosi eventi dedicati all’infanzia.

Qui sotto trovate il programma della manifestazione.

Venerdì 13 settembre:

conferenza del professor Valerio Massimo Manfredi dal titolo “Il Fantastico nel Mondo Antico” (18,30).

Sabato 14 settembre

alle ore 10,30 presentazione del libro di Paola Ramella dal titolo “Graphic novel fantasy. Il verde bisbiglio ed il viola pensiero” con testi di Guendal e disegni e colori di Paola Ramella,

ore 10,50 presentazione del libro di Oronzo Cilli dal titolo “J.R. R. tolkien – la bibliografia italiana del 1967 ad oggi”;

ore 11,10 conferenza di Claudio Testi (Istituto Filosofico di Studi Tomistici) dal titolo “Tolkien pagano o cristiano? Un approccio sintetico”;

ore 11,30 presentazione del libro del professor Luigi Pruneti su “A volte s’incontrano. Folletti, gnomi e oscure presenze in Toscana e nel mondo”;

ore 17 presentazione del libro di Giuseppe Grossi dal titolo “Terre di mezzo – poetiche e metafore tra Avatar e Il Signore degli Anelli”;

ore 17,20 presentazione dei libri di Ezio Ravasio dal titolo “I Guerrieri d’Argento” e “Altera”;

ore 17,40 presentazione del libro di Roberto Fontana dal titolo “Essecenta – I nomi della Terra di Mezzo”;

ore 18 conversazione con Gianluca Comastri su “Le lingue degli Elfi della Terra di Mezzo”; ore 18,20 presentazione del libro di Cristiano Ciardi dal titolo “I Confini di Trisa”.

Domenica 15 settembre

alle ore 10,30 Giuseppe Festa, scrittore e musicista, presenta il romanzo “Il passaggio dell’orso” (Salani) e parla del suo percorso artistico: dal fantastico tolkieniano alla magia della natura;

ore 10,50 Fabio Larcher, editore (EdizioniPerSempre), presenta i suoi autori e i loro lavori: Marta Leandra Mandelli- Ciclo di Oltremondo (Petali di rosa e fili di ragnatela, L’orizzonte delle Dimensioni), Fabrizio Valenza-Ciclo di Geshwa Olers (Il viaggio nel Masso Verde/La faida dei Logontras), Daniele Bello-Ciclo di Hoenir il druido (La Profezia).

Per ulteriori informazioni contattare

hobbiton@tolkien.it

info@tolkien.it

Sito della Società Tolkieniana Italiana

www.tolkien.it

The Tolkienist

The Tolkienist

A questo link trovate un sito di un tolkieniano doc che inserisce interessanti articoli sul mondo della terra di mezzo e sul professore. Marcel Aubron-Bulles si definisce così in Inglese:

Tolkienist, journalist, freelance translator, blogger. Founding chairman GermanTolkSoc,Co-Founder Ring*Con, ITF Admin.

Da questo brevissimo elenco di incarichi si può dedurre la grande passione del gironalista per il mondo Tolkieniano. Vale la pena dare un’occhiata!

 

 

Un’ intervista interessante a Thomas Howard

Nei meandri più inaspettati della rete spesso si trova no chicche vere e proprie di chiarezza ed eleganza, come questa intervista che vi pubblico qui dal sito http://www.gliscritti.it. Tratta di vari temi riguardanti l’opera di Tolkien, in particolare del ruolo della fede di Tolkien nella redazione delle sue opere, del valore dell’amicizia e di alcuni caratteri che lo rendono un autore importantissimo per il ‘900 e la letteratura successiva. Buona lettura!

NB: Purtroppo l’autore del sito sopra citato non ha inserito la provenienza dell’articolo, da lui tratto dal web a quanto dichiara. In ogni caso pubblico link alla pagina interessata.

www.gliscritti.it

Thomas Howard ha insegnato Letteratura inglese al St.John’s Seminary di Brighton in Massachusetts fino al 1998. Convertitosi dal protestantesimo evangelico, Howard è autore di un libro famoso: Evangelical is not enough. Fu amico di C.S, Lewis ed esperto dell’opera di Charles Williams, entrambi, insieme a Tolkien, membri del circolo degli Inklings. Thomas Howard ha recentemente tenuto un corso su Il Signore degli Anelli all’International Theological Institute di Gaming (Austria). Quando Von Balthasar visitò gli Stati Uniti per la prima volta volle conoscere Howard, autore del libro The novels of Charles Williams (New York, Oxford University Press, 1983).

Innanzitutto, ha senso parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”, o, dopo i tentativi di appropriarsene fatti da destra e da sinistra, non si rischia, per così dire, di battezzare quella che è principalmente una (bellissima) favola?

A un livello superficiale così come a un livello più profondo, siamo autorizzati a parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”. Chi ce ne da il diritto è lo stesso Tolkien, che ha detto che non avrebbe mai potuto scrivere la saga se non fosse stato cattolico. Inoltre egli ha individuato, in molti elementi della narrazione, una specifica analogia con categorie cattoliche (in una conversazione con Clyde Kilby disse che riteneva Gandalf un angelo). A un livello più profondo, naturalmente, scopriamo che l’intera struttura della Terra di Mezzo è assolutamente comprensibile per qualsiasi serio cattolico. Per esempio, il bene e il male, così come vengono intesi dalla Chiesa, nella Terra di Mezzo non sono diversi da come noi ne facciamo esperienza. Il male è parassitico, e non ha altra funzione che quella di distruggere la buona solidità e bellezza che caratterizza la creazione. Gollum è un esempio significativo: in origine creatura molto simile agli Hobbit, il male lo ha poi ridotto a un sibilante, ringhioso, inaridito frammento di quello che è un Hobbit. Lo stesso vale per il paesaggio di Mordor: il male ha distrutto tutto ciò che era meraviglioso e fertile, e vi ha lasciato solo cumuli di cenere e fango.
Anche la sofferenza subita “in vece di qualcun altro” è di fondamentale importanza nella saga, come lo è per il cattolicesimo: la Compagnia dell’Anello sopporta ciò che sopporta per amore della salvezza del mondo, per così dire. Questo preannuncia ciò che è centrale per la nostra storia, ossia le sofferenze di Nostro Signore, e quelle dei santi, a favore dell’umanità peccatrice. Un avvertimento: Tolkien ha sempre dimostrato un’antipatia verso l’allegoria (riteneva che Narnia di Lewis fosse troppo allegorica), cosicché di fatto c’è il rischio di “battezzare” tutto con eccessivo zelo. Frodo non è Cristo, e nemmeno lo è Aragorn (lo sconosciuto, ma legittimo re che sta per tornare). Galadriel, per quanto pura e amabile possa essere, non è un’allegoria della Madonna. Ma, alla fine, possiamo con l’approvazione di Tolkien parlare della saga come di un capolavoro cattolico. Un post scriptum potrebbe essere l’osservazione che nessun protestante avrebbe plausibilmente potuto scrivere questa saga, poiché essa è profondamente “sacramentale”. Ossia: si raggiunge la salvezza solo attraverso mezzi concreti, fisici (l’Incarnazione, il Golgotha, la Resurrezione e l’Ascensione); e la storia di Tolkien è disseminata di “sacramentali” (il lembas, il viatico degli Elfi, dall’originario lennmbass, “pane da viaggio”; la fiala di luce di Galadriel; il mithril, in elfico è l’argento di Moria, il vero argento; Vathelas, la foglia di re, erba risanatrice così chiamata dagli Elfi).

Più che la comunicazione di un messaggio nascosto, il pregio principale del libro sembra quello di essere una grande allegoria della vita. Come dice C.S. Lewis, «nessun altro mondo è così palesemente oggettivo» come quello creato da Tolkien: gli uomini sono uomini in modo più vero, gli amici più amici di quanto spesso sperimentiamo ogni giorno. Insomma: la realtà in trasparenza. Come è possibile che un mondo fantastico ci avvicini alla natura delle cose?

Ripeto, la parola allegoria non piacerebbe a Tolkien. Gradirebbe molto di più il termine analogia. Personaggi, luoghi e oggetti della sua saga non sono simboli o allegorie o altro. Sono ciò che sono, in primo luogo. Ma si può anche dire che sono “casi esemplari” di questa o quell’altra cosa di cui noi facciamo esperienza nel nostro mondo “primario”. Ancora: Gollum non è simbolo di un’anima che si muove velocemente verso la dannazione finale: è un esempio significativo, riconoscibile dal nostro mondo, di ciò che effettivamente il male fa a una creatura. L’unica differenza fra i due mondi è che nella Terra di Mezzo riusciamo a cogliere la differenza, mentre nel nostro mondo uno può «sorridere e sorridere, ed essere un malvagio» (Otello). Il modo in cui questo mondo “fantastico”, paradossalmente, ci avvicina alla vera natura delle cose del nostro mondo (mentre a un osservatore superficiale tale fantasia potrebbe sembrare la più imperturbata evasione dalla realtà) è che questo genere di narrazione ci da distanza e prospettiva. Ci coglie di sorpresa quando la nostra guardia è abbassata. Una volta ho chiesto a Lewis perché la Passione di Aslan (episodio di Cronache di Narnia; ndr) mi commuovesse più del racconto della crocifissione, quando sapevo perfettamente che Aslan è “solo” una fantasia. Lewis mi ha risposto che quando io leggo il Vangelo, tutte le mie aspettative “religiose” sono in fremente attesa («Io DOVREI reagire in un certo modo, ossia essere grato e probabilmente addolorato»); invece dalla Passione di Aslan vengo colto alla sprovvista, e dunque può accadere che ne venga sopraffatto. Allo stesso modo ci accorgiamo, con nostra sorpresa, che le stesse rocce, l’acqua, le foreste e i villaggi della Terra di Mezzo stimolano la nostra capacità di “vedere” le rocce, l’acqua e così via del nostro mondo. Quanti di noi hanno detto, durante una passeggiata in montagna, «Beh, qui è così bello da sembrare quasi la Terra di Mezzo!».

Lo stregone Gandalf è sicuramente una delle figure più affascinanti, oltre che sicuramente la più potente, tra quelle che militano per il bene nella Terra di Mezzo. In fondo è una divinità che ha assunto i limiti della forma umana, nella prima parte della trilogia muore (lottando con un essere demoniaco nelle viscere della terra) per poi risorgere purificato. Perché Gandalf sembra spendere le sue energie soprattutto affinché ciascuno si impegni liberamente nella lotta contro il male?

Gandalf impiega le sue titaniche energie in modo così disinteressato perché, per così dire, “così stanno le cose”. Ossia, uno dei misteri della natura delle cose (nel nostro mondo come nella Terra di Mezzo) è che il bene deve essere scelto, non imposto. Tale libertà sembra essere una qualità peculiare del Bene. La coercizione non conduce mai, né gli uomini né gli Elfi, al bene. Gandalf questo lo sa. Dunque egli arriva fino a un certo punto. Non può agitare il suo bastone per allontanare l’Anello, e nemmeno può far sì che Saruman ritorni buono. Egli è servitore del Bene, non lo possiede. Si può anche far notare, in riferimento alla domanda, che non possiamo dire che Gandalf “muoia”. Senza dubbio egli “scivola negli abissi” nel suo combattimento con il Balrog (creatura mostruosa e malvagia, letteralmente “demone di potere”). E in seguito, nel suo resoconto dell’episodio, egli fa riferimento per sommi capi a quell’esperienza. Ma Tolkien evita di dirci che Gandalf muore.

Frodo ha ricevuto l’Anello, spetta quindi a lui provvedere alla sua distruzione; Gandalf, che sarebbe certamente più qualificato, non cerca mai di sostituirsi a lui, ma lo esorta a portare a termine il suo compito, come anche gli altri membri della Compagnia dell’Anello. Nel tratto finale della salita alla Voragine del Fato, Frodo non è più in grado di proseguire e Sani, non potendo portare il “fardello” al posto suo neanche per pochi metri, si carica in spalla l’amico. Amicizia e compito: c’è un legame? E poi c’è la tenera amicizia che lega gli Hobbit. Che cosa è l’amicizia ne Il Signore degli Anelli!

Certamente l’amicizia ne Il Signore degli Anelli è affine a ciò cui Lewis si riferisce in The Four Loves (I quattro amori; ndr), all’interno della categoria phileo. È una delle manifestazioni dell’amore. Non ci potrebbe essere alcuna amicizia fra gli Orchi, o fra i Cavalieri Neri. Sauron odia i suoi servi. Ma il Bene dipende, per così dire, da questo legame disinteressato tra Frodo e Sam, o tra tutti i membri della Compagnia dell’Anello, poiché è una caratteristica della vera felicità (e deriva dal Bene) il fatto che noi «sopportiamo gli uni i pesi degli altri e così adempiamo la legge» di Cristo nella nostra storia e il Bene nella Terra di Mezzo. Vi è una duplice appropriatezza nel fatto che sia Frodo a dover essere il portatore dell’Anello: 1) questo fatto ingannerà Sauron, divertito solo all’idea che dei mezzi uomini possano intraprendere un compito tanto spaventoso; 2) Dio ha scelto ciò che è debole in questo mondo per confondere i forti (e potremmo tradurre tutto ciò in termini “tolkiani” senza troppe difficoltà). Lo stesso potere di Gandalf sarebbe pericoloso se fosse lui il portatore dell’Anello, e lui questo lo sa, così come ne sono consapevoli Galadriel ed Elrond. Gli Hobbit non sono, per natura, molto interessati al potere; per cui c’è un aspetto della loro natura che “coopera con” la grazia, o con ciò che vogliamo chiamare “grazia” nella saga.

Parliamo del film: uno dei tagli più rilevanti che Peter Jackson (il regista; ndr) ha operato nel film è quello che ha colpito il personaggio di Toni Bombadil, totalmente cancellato. Che cosa perde Il Signore degli Anelli senza questa sorta di uomo primigenio, senza peccato originale, e del suo sorprendente rapporto con la natura?

Il film perde molto eliminando la figura di Tom Bombadil. Ma, d’altra parte, Tom sfuggirebbe a tutti gli espedienti cinematografici, qualora il regista più geniale cercasse di mostrarcelo. Il risultato cinematografico sarebbe una triste parodia della pura e semplice gioia, della libertà e dell’allegria di Tom.
Ci sono delle qualità che si piegano solo ad alcune forme (puoi catturare certe emozioni solo quando il soprano raggiunge il la bemolle; si possono scorgere certi aspetti dell’ineffabile negli archi di Chartres e in nessun altro modo; certi aspetti del dolore si rivelano unicamente nella Pietà). Il cinema fallirebbe, forse qualsiasi modalità di rappresentazione visiva fallirebbe, nel rappresentare Tom Bombadil. Ciò che il film perde, senza dubbio, è proprio la splendida e gaia innocenza di Tom. Questo personaggio ha alcune qualità in comune con Adamo prima della caduta; per esempio, egli è il “Signore” della Vecchia Foresta, non ne è il proprietario. Tolkien riteneva che la sua storia avesse bisogno di una tale icona di pura e semplice e immacolata bontà, che fosse in forte contrasto con tutto il male presente in quella terra. Per quanto buoni siano Gandalf, Elrond, Galadriel e Balbalbero, per non parlare degli Hobbit, in Bombadil abbiamo una particolare epifania di pura bontà.

Boromir, Denethor, Saruman, Gollum sono alcuni esempi di personaggi in misura diversa corrotti dall’Anello. Il suo potere sembra agire su una predisposizione presente in tutti, Frodo compreso, pervertendo un desiderio dalla radice positiva. Qual è la tentazione dell’Anello?

L’Anello, nella Terra di Mezzo, dev’essere per certi aspetti analogo al “frutto” dell’Eden. La sua promessa è di renderti saggio e potente, di elevarti al di sopra della tua particolare condizione (nel Medioevo si direbbe la tua “classe”) e fare di te un dio. Il bene che può esserci alla radice di questa vulnerabilità è la coscienza che qualsiasi creatura intelligente, che sia uno Hobbit, un uomo o un Elfo, ha della dignità della propria persona. Il problema è che questa coscienza si trasforma ben presto in “ambizione”, secondo l’originario significato di “desiderare di scalare in modo illegittimo la scala gerarchica”, manifestando quindi un malcontento per la posizione assegnatagli. «E meglio regnare negli inferi che servire in cielo», dice il Satana di Milton; e lo stesso dicono Sauron, Saruman e anche Gollum, sebbene l’immaginazione di quest’ultimo sembri essere miserabilmente insufficiente a una cosa tanto elevata come il potere. Semplicemente egli desidera il suo tesoro. Se Adamo vuole essere un dio. tragicamente perde la maestà che è propria dell'”uomo”; e presumibilmente, se un arcangelo è divorato dall’ambizione di essere un dominatore o un principe, allora è nei guai. Un arcangelo o uno Hobbit o un Vaia (letteralmente “i potenti”, detti anche i Signori dell’Occidente; ndr) porta a compimento il proprio glorioso destino semplicemente essendo quello che è, così come un cane conserva la singolare eccellenza propria dei cani e non delle aquile.

Nel romanzo, l’elemento divino non partecipa mai all’azione e i riferimenti a esso sono oscuri per chi non ha letto Il Silmarillion; inoltre i personaggi non hanno atteggiamenti religiosi. Eppure i più saggi tra loro sono restii a condannare senza appello, perché tutti possono «avere una parte da recitare» prima della fine: il mondo sembra ordinato secondo un disegno. Cosa c’è oltre il mare, a occidente, e che importanza ha?

L’apparente assenza di un essere supremo che disponga le cose per il Bene è un fatto naturalmente sconcertante per molti lettori della Trilogia. “Dio” non interviene mai. I personaggi sembrano lasciati a se stessi, e fanno quello che possono contro il Male. Questa è una trovata geniale da parte di Tolkien. Nelle fiabe di solito c’è qualche talismano che sistema tutto. Nella Terra di Mezzo non ce ne sono. Questo perché il racconto di Tolkien è situato a un livello infinitamente più elevato e serio dei vostri abracadabra.
Quelle storie sono affascinanti: ma la storia di Tolkien è seria tanto quanto la nostra stessa storia. E uno degli aspetti sconcertanti della nostra storia è “il silenzio di Dio”. La Compagnia dell’Anello (come i nostri santi) si arrabatta, fa del suo meglio con le sue proprie risorse, senza il lusso di qualche HocusPocus a portata di mano che possa disperdere i Cavalieri Neri o cacciare gli Orchi. E la nostra storia sembra essere spesso molto simile. Dov’è Dio? E i personaggi di Tolkien non sono “religiosi”. Nessuno dice le sue preghiere (c’è un’occasione in cui Faramir e compagni fanno una pausa prima di mangiare; ma questo, penso, al massimo può essere paragonato al momento in cui noi ci prepariamo alla preghiera, a meno che il grido «O Elbereth! Gilthoniel!» non sia una preghiera). I lettori troveranno la seguente osservazione un po’ stravagante, ma da convertito al cattolicesimo quale pure io sono, in tale inespressività dei personaggi, per ciò che riguarda la “fede”, io vedo una caratteristica specificatamente cattolica. I cattolici di solito non chiacchierano della fede. I protestanti, specialmente gli evangelici, sono sconcertati da questo silenzio. Secondo loro i cattolici non sono credenti se non sono in grado di “balbettare” almeno qualche “prova” della loro fede. Ma Tolkien, cattolico fin dall’infanzia, non vorrebbe, anzi non potrebbe, far chiacchierare sempre i suoi personaggi di Dio, così come lui (Tolkien medesimo) non potrebbe mai partecipare a un incontro di testimonianze. I fugaci riferimenti all’Occidente, e l’immagine degli Elfi che «migrano, migrano, migrano» («passing, passing, passing») verso Occidente tingono di gloria l’intera narrazione. Non qui, non qui, sembra dire quella parola, è la tua dimora definitiva. Per quanto meravigliosi e attraenti possano essere luoghi come la Contea, Rivendell o Lothlorien, anch’essi non sono la patria definitiva della felicità. Tutto deve muoversi verso Occidente. Anche in questo caso vediamo come Tolkien abbia costruito la sua storia in modo tale che virtualmente essa non è così diversa dalla nostra, e acquista perciò una gravita altrimenti impossibile.

Che ruolo ha avuto Tolkien nella letteratura europea del Novecento e in particolare in quella cattolica?

Tolkien ha avuto un ruolo nel panorama letterario europeo, anzi mondiale, del ventesimo secolo che ha fatto infuriare i critici. Ha semplicemente ignorato l’intera tradizione narrativa che ha regnato sovrana dal diciottesimo seco lo, e cioè la tradizione del romanzo “realistico” e “psicologico”. Egli è ritornato al più antico e nobile genere narrativo, ossia l’Epica. L’uomo cartesiano non ha le categorie necessarie per trattare con questo genere di cose, se non classificandole con superiorità “primitive” e “frivole”. Per un cattolico, l’opera di Tolkien giunge come un fiume di limpida fresca acqua in una fetida e malsana palude, portando con sé tutte le glorie scomparse con l’avvento della modernità, come la maestosità, la solennità, l’ineffabilità, il timore reverenziale, la purezza, la santità, l’eroismo e la stessa gloria. Descartes e Hume avrebbero delle difficoltà a spiegare cos’è la gloria usando il loro vocabolario e i loro successori, tristi, non hanno la minima idea di ciò che è andato perduto. Tolkien forse ha reintrodotto i poveri figli della modernità alla Gloria.

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

The Flame Imperishable

A blog about Tolkien, St. Thomas, and other purveyors of the Philosophia Perennis.

Notes & Commentaries

"Lange sceal leornian se þe læran sceal." - Homilies of Ælfric

Racconti della Controra

Rebecca Lena Stories

The Corner Of Culture

Raising the standards of the 21st Century

Calvin's Book Block

4TH avenue, book street

Italia, io ci sono.

Diamo il giusto peso alla nostra Cultura!

farefuorilamedusa

romanzo a puntate di Ben Apfel

Tales from the Cards

A Lord of the Rings LCG Blog

FarOVale

Hearts on Earth

Yggdrasil

folklore, fiabe, miti, storia, alchimia, magia

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life