Un’ intervista interessante a Thomas Howard

Nei meandri più inaspettati della rete spesso si trova no chicche vere e proprie di chiarezza ed eleganza, come questa intervista che vi pubblico qui dal sito http://www.gliscritti.it. Tratta di vari temi riguardanti l’opera di Tolkien, in particolare del ruolo della fede di Tolkien nella redazione delle sue opere, del valore dell’amicizia e di alcuni caratteri che lo rendono un autore importantissimo per il ‘900 e la letteratura successiva. Buona lettura!

NB: Purtroppo l’autore del sito sopra citato non ha inserito la provenienza dell’articolo, da lui tratto dal web a quanto dichiara. In ogni caso pubblico link alla pagina interessata.

www.gliscritti.it

Thomas Howard ha insegnato Letteratura inglese al St.John’s Seminary di Brighton in Massachusetts fino al 1998. Convertitosi dal protestantesimo evangelico, Howard è autore di un libro famoso: Evangelical is not enough. Fu amico di C.S, Lewis ed esperto dell’opera di Charles Williams, entrambi, insieme a Tolkien, membri del circolo degli Inklings. Thomas Howard ha recentemente tenuto un corso su Il Signore degli Anelli all’International Theological Institute di Gaming (Austria). Quando Von Balthasar visitò gli Stati Uniti per la prima volta volle conoscere Howard, autore del libro The novels of Charles Williams (New York, Oxford University Press, 1983).

Innanzitutto, ha senso parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”, o, dopo i tentativi di appropriarsene fatti da destra e da sinistra, non si rischia, per così dire, di battezzare quella che è principalmente una (bellissima) favola?

A un livello superficiale così come a un livello più profondo, siamo autorizzati a parlare de Il Signore degli Anelli come di un “capolavoro cattolico”. Chi ce ne da il diritto è lo stesso Tolkien, che ha detto che non avrebbe mai potuto scrivere la saga se non fosse stato cattolico. Inoltre egli ha individuato, in molti elementi della narrazione, una specifica analogia con categorie cattoliche (in una conversazione con Clyde Kilby disse che riteneva Gandalf un angelo). A un livello più profondo, naturalmente, scopriamo che l’intera struttura della Terra di Mezzo è assolutamente comprensibile per qualsiasi serio cattolico. Per esempio, il bene e il male, così come vengono intesi dalla Chiesa, nella Terra di Mezzo non sono diversi da come noi ne facciamo esperienza. Il male è parassitico, e non ha altra funzione che quella di distruggere la buona solidità e bellezza che caratterizza la creazione. Gollum è un esempio significativo: in origine creatura molto simile agli Hobbit, il male lo ha poi ridotto a un sibilante, ringhioso, inaridito frammento di quello che è un Hobbit. Lo stesso vale per il paesaggio di Mordor: il male ha distrutto tutto ciò che era meraviglioso e fertile, e vi ha lasciato solo cumuli di cenere e fango.
Anche la sofferenza subita “in vece di qualcun altro” è di fondamentale importanza nella saga, come lo è per il cattolicesimo: la Compagnia dell’Anello sopporta ciò che sopporta per amore della salvezza del mondo, per così dire. Questo preannuncia ciò che è centrale per la nostra storia, ossia le sofferenze di Nostro Signore, e quelle dei santi, a favore dell’umanità peccatrice. Un avvertimento: Tolkien ha sempre dimostrato un’antipatia verso l’allegoria (riteneva che Narnia di Lewis fosse troppo allegorica), cosicché di fatto c’è il rischio di “battezzare” tutto con eccessivo zelo. Frodo non è Cristo, e nemmeno lo è Aragorn (lo sconosciuto, ma legittimo re che sta per tornare). Galadriel, per quanto pura e amabile possa essere, non è un’allegoria della Madonna. Ma, alla fine, possiamo con l’approvazione di Tolkien parlare della saga come di un capolavoro cattolico. Un post scriptum potrebbe essere l’osservazione che nessun protestante avrebbe plausibilmente potuto scrivere questa saga, poiché essa è profondamente “sacramentale”. Ossia: si raggiunge la salvezza solo attraverso mezzi concreti, fisici (l’Incarnazione, il Golgotha, la Resurrezione e l’Ascensione); e la storia di Tolkien è disseminata di “sacramentali” (il lembas, il viatico degli Elfi, dall’originario lennmbass, “pane da viaggio”; la fiala di luce di Galadriel; il mithril, in elfico è l’argento di Moria, il vero argento; Vathelas, la foglia di re, erba risanatrice così chiamata dagli Elfi).

Più che la comunicazione di un messaggio nascosto, il pregio principale del libro sembra quello di essere una grande allegoria della vita. Come dice C.S. Lewis, «nessun altro mondo è così palesemente oggettivo» come quello creato da Tolkien: gli uomini sono uomini in modo più vero, gli amici più amici di quanto spesso sperimentiamo ogni giorno. Insomma: la realtà in trasparenza. Come è possibile che un mondo fantastico ci avvicini alla natura delle cose?

Ripeto, la parola allegoria non piacerebbe a Tolkien. Gradirebbe molto di più il termine analogia. Personaggi, luoghi e oggetti della sua saga non sono simboli o allegorie o altro. Sono ciò che sono, in primo luogo. Ma si può anche dire che sono “casi esemplari” di questa o quell’altra cosa di cui noi facciamo esperienza nel nostro mondo “primario”. Ancora: Gollum non è simbolo di un’anima che si muove velocemente verso la dannazione finale: è un esempio significativo, riconoscibile dal nostro mondo, di ciò che effettivamente il male fa a una creatura. L’unica differenza fra i due mondi è che nella Terra di Mezzo riusciamo a cogliere la differenza, mentre nel nostro mondo uno può «sorridere e sorridere, ed essere un malvagio» (Otello). Il modo in cui questo mondo “fantastico”, paradossalmente, ci avvicina alla vera natura delle cose del nostro mondo (mentre a un osservatore superficiale tale fantasia potrebbe sembrare la più imperturbata evasione dalla realtà) è che questo genere di narrazione ci da distanza e prospettiva. Ci coglie di sorpresa quando la nostra guardia è abbassata. Una volta ho chiesto a Lewis perché la Passione di Aslan (episodio di Cronache di Narnia; ndr) mi commuovesse più del racconto della crocifissione, quando sapevo perfettamente che Aslan è “solo” una fantasia. Lewis mi ha risposto che quando io leggo il Vangelo, tutte le mie aspettative “religiose” sono in fremente attesa («Io DOVREI reagire in un certo modo, ossia essere grato e probabilmente addolorato»); invece dalla Passione di Aslan vengo colto alla sprovvista, e dunque può accadere che ne venga sopraffatto. Allo stesso modo ci accorgiamo, con nostra sorpresa, che le stesse rocce, l’acqua, le foreste e i villaggi della Terra di Mezzo stimolano la nostra capacità di “vedere” le rocce, l’acqua e così via del nostro mondo. Quanti di noi hanno detto, durante una passeggiata in montagna, «Beh, qui è così bello da sembrare quasi la Terra di Mezzo!».

Lo stregone Gandalf è sicuramente una delle figure più affascinanti, oltre che sicuramente la più potente, tra quelle che militano per il bene nella Terra di Mezzo. In fondo è una divinità che ha assunto i limiti della forma umana, nella prima parte della trilogia muore (lottando con un essere demoniaco nelle viscere della terra) per poi risorgere purificato. Perché Gandalf sembra spendere le sue energie soprattutto affinché ciascuno si impegni liberamente nella lotta contro il male?

Gandalf impiega le sue titaniche energie in modo così disinteressato perché, per così dire, “così stanno le cose”. Ossia, uno dei misteri della natura delle cose (nel nostro mondo come nella Terra di Mezzo) è che il bene deve essere scelto, non imposto. Tale libertà sembra essere una qualità peculiare del Bene. La coercizione non conduce mai, né gli uomini né gli Elfi, al bene. Gandalf questo lo sa. Dunque egli arriva fino a un certo punto. Non può agitare il suo bastone per allontanare l’Anello, e nemmeno può far sì che Saruman ritorni buono. Egli è servitore del Bene, non lo possiede. Si può anche far notare, in riferimento alla domanda, che non possiamo dire che Gandalf “muoia”. Senza dubbio egli “scivola negli abissi” nel suo combattimento con il Balrog (creatura mostruosa e malvagia, letteralmente “demone di potere”). E in seguito, nel suo resoconto dell’episodio, egli fa riferimento per sommi capi a quell’esperienza. Ma Tolkien evita di dirci che Gandalf muore.

Frodo ha ricevuto l’Anello, spetta quindi a lui provvedere alla sua distruzione; Gandalf, che sarebbe certamente più qualificato, non cerca mai di sostituirsi a lui, ma lo esorta a portare a termine il suo compito, come anche gli altri membri della Compagnia dell’Anello. Nel tratto finale della salita alla Voragine del Fato, Frodo non è più in grado di proseguire e Sani, non potendo portare il “fardello” al posto suo neanche per pochi metri, si carica in spalla l’amico. Amicizia e compito: c’è un legame? E poi c’è la tenera amicizia che lega gli Hobbit. Che cosa è l’amicizia ne Il Signore degli Anelli!

Certamente l’amicizia ne Il Signore degli Anelli è affine a ciò cui Lewis si riferisce in The Four Loves (I quattro amori; ndr), all’interno della categoria phileo. È una delle manifestazioni dell’amore. Non ci potrebbe essere alcuna amicizia fra gli Orchi, o fra i Cavalieri Neri. Sauron odia i suoi servi. Ma il Bene dipende, per così dire, da questo legame disinteressato tra Frodo e Sam, o tra tutti i membri della Compagnia dell’Anello, poiché è una caratteristica della vera felicità (e deriva dal Bene) il fatto che noi «sopportiamo gli uni i pesi degli altri e così adempiamo la legge» di Cristo nella nostra storia e il Bene nella Terra di Mezzo. Vi è una duplice appropriatezza nel fatto che sia Frodo a dover essere il portatore dell’Anello: 1) questo fatto ingannerà Sauron, divertito solo all’idea che dei mezzi uomini possano intraprendere un compito tanto spaventoso; 2) Dio ha scelto ciò che è debole in questo mondo per confondere i forti (e potremmo tradurre tutto ciò in termini “tolkiani” senza troppe difficoltà). Lo stesso potere di Gandalf sarebbe pericoloso se fosse lui il portatore dell’Anello, e lui questo lo sa, così come ne sono consapevoli Galadriel ed Elrond. Gli Hobbit non sono, per natura, molto interessati al potere; per cui c’è un aspetto della loro natura che “coopera con” la grazia, o con ciò che vogliamo chiamare “grazia” nella saga.

Parliamo del film: uno dei tagli più rilevanti che Peter Jackson (il regista; ndr) ha operato nel film è quello che ha colpito il personaggio di Toni Bombadil, totalmente cancellato. Che cosa perde Il Signore degli Anelli senza questa sorta di uomo primigenio, senza peccato originale, e del suo sorprendente rapporto con la natura?

Il film perde molto eliminando la figura di Tom Bombadil. Ma, d’altra parte, Tom sfuggirebbe a tutti gli espedienti cinematografici, qualora il regista più geniale cercasse di mostrarcelo. Il risultato cinematografico sarebbe una triste parodia della pura e semplice gioia, della libertà e dell’allegria di Tom.
Ci sono delle qualità che si piegano solo ad alcune forme (puoi catturare certe emozioni solo quando il soprano raggiunge il la bemolle; si possono scorgere certi aspetti dell’ineffabile negli archi di Chartres e in nessun altro modo; certi aspetti del dolore si rivelano unicamente nella Pietà). Il cinema fallirebbe, forse qualsiasi modalità di rappresentazione visiva fallirebbe, nel rappresentare Tom Bombadil. Ciò che il film perde, senza dubbio, è proprio la splendida e gaia innocenza di Tom. Questo personaggio ha alcune qualità in comune con Adamo prima della caduta; per esempio, egli è il “Signore” della Vecchia Foresta, non ne è il proprietario. Tolkien riteneva che la sua storia avesse bisogno di una tale icona di pura e semplice e immacolata bontà, che fosse in forte contrasto con tutto il male presente in quella terra. Per quanto buoni siano Gandalf, Elrond, Galadriel e Balbalbero, per non parlare degli Hobbit, in Bombadil abbiamo una particolare epifania di pura bontà.

Boromir, Denethor, Saruman, Gollum sono alcuni esempi di personaggi in misura diversa corrotti dall’Anello. Il suo potere sembra agire su una predisposizione presente in tutti, Frodo compreso, pervertendo un desiderio dalla radice positiva. Qual è la tentazione dell’Anello?

L’Anello, nella Terra di Mezzo, dev’essere per certi aspetti analogo al “frutto” dell’Eden. La sua promessa è di renderti saggio e potente, di elevarti al di sopra della tua particolare condizione (nel Medioevo si direbbe la tua “classe”) e fare di te un dio. Il bene che può esserci alla radice di questa vulnerabilità è la coscienza che qualsiasi creatura intelligente, che sia uno Hobbit, un uomo o un Elfo, ha della dignità della propria persona. Il problema è che questa coscienza si trasforma ben presto in “ambizione”, secondo l’originario significato di “desiderare di scalare in modo illegittimo la scala gerarchica”, manifestando quindi un malcontento per la posizione assegnatagli. «E meglio regnare negli inferi che servire in cielo», dice il Satana di Milton; e lo stesso dicono Sauron, Saruman e anche Gollum, sebbene l’immaginazione di quest’ultimo sembri essere miserabilmente insufficiente a una cosa tanto elevata come il potere. Semplicemente egli desidera il suo tesoro. Se Adamo vuole essere un dio. tragicamente perde la maestà che è propria dell'”uomo”; e presumibilmente, se un arcangelo è divorato dall’ambizione di essere un dominatore o un principe, allora è nei guai. Un arcangelo o uno Hobbit o un Vaia (letteralmente “i potenti”, detti anche i Signori dell’Occidente; ndr) porta a compimento il proprio glorioso destino semplicemente essendo quello che è, così come un cane conserva la singolare eccellenza propria dei cani e non delle aquile.

Nel romanzo, l’elemento divino non partecipa mai all’azione e i riferimenti a esso sono oscuri per chi non ha letto Il Silmarillion; inoltre i personaggi non hanno atteggiamenti religiosi. Eppure i più saggi tra loro sono restii a condannare senza appello, perché tutti possono «avere una parte da recitare» prima della fine: il mondo sembra ordinato secondo un disegno. Cosa c’è oltre il mare, a occidente, e che importanza ha?

L’apparente assenza di un essere supremo che disponga le cose per il Bene è un fatto naturalmente sconcertante per molti lettori della Trilogia. “Dio” non interviene mai. I personaggi sembrano lasciati a se stessi, e fanno quello che possono contro il Male. Questa è una trovata geniale da parte di Tolkien. Nelle fiabe di solito c’è qualche talismano che sistema tutto. Nella Terra di Mezzo non ce ne sono. Questo perché il racconto di Tolkien è situato a un livello infinitamente più elevato e serio dei vostri abracadabra.
Quelle storie sono affascinanti: ma la storia di Tolkien è seria tanto quanto la nostra stessa storia. E uno degli aspetti sconcertanti della nostra storia è “il silenzio di Dio”. La Compagnia dell’Anello (come i nostri santi) si arrabatta, fa del suo meglio con le sue proprie risorse, senza il lusso di qualche HocusPocus a portata di mano che possa disperdere i Cavalieri Neri o cacciare gli Orchi. E la nostra storia sembra essere spesso molto simile. Dov’è Dio? E i personaggi di Tolkien non sono “religiosi”. Nessuno dice le sue preghiere (c’è un’occasione in cui Faramir e compagni fanno una pausa prima di mangiare; ma questo, penso, al massimo può essere paragonato al momento in cui noi ci prepariamo alla preghiera, a meno che il grido «O Elbereth! Gilthoniel!» non sia una preghiera). I lettori troveranno la seguente osservazione un po’ stravagante, ma da convertito al cattolicesimo quale pure io sono, in tale inespressività dei personaggi, per ciò che riguarda la “fede”, io vedo una caratteristica specificatamente cattolica. I cattolici di solito non chiacchierano della fede. I protestanti, specialmente gli evangelici, sono sconcertati da questo silenzio. Secondo loro i cattolici non sono credenti se non sono in grado di “balbettare” almeno qualche “prova” della loro fede. Ma Tolkien, cattolico fin dall’infanzia, non vorrebbe, anzi non potrebbe, far chiacchierare sempre i suoi personaggi di Dio, così come lui (Tolkien medesimo) non potrebbe mai partecipare a un incontro di testimonianze. I fugaci riferimenti all’Occidente, e l’immagine degli Elfi che «migrano, migrano, migrano» («passing, passing, passing») verso Occidente tingono di gloria l’intera narrazione. Non qui, non qui, sembra dire quella parola, è la tua dimora definitiva. Per quanto meravigliosi e attraenti possano essere luoghi come la Contea, Rivendell o Lothlorien, anch’essi non sono la patria definitiva della felicità. Tutto deve muoversi verso Occidente. Anche in questo caso vediamo come Tolkien abbia costruito la sua storia in modo tale che virtualmente essa non è così diversa dalla nostra, e acquista perciò una gravita altrimenti impossibile.

Che ruolo ha avuto Tolkien nella letteratura europea del Novecento e in particolare in quella cattolica?

Tolkien ha avuto un ruolo nel panorama letterario europeo, anzi mondiale, del ventesimo secolo che ha fatto infuriare i critici. Ha semplicemente ignorato l’intera tradizione narrativa che ha regnato sovrana dal diciottesimo seco lo, e cioè la tradizione del romanzo “realistico” e “psicologico”. Egli è ritornato al più antico e nobile genere narrativo, ossia l’Epica. L’uomo cartesiano non ha le categorie necessarie per trattare con questo genere di cose, se non classificandole con superiorità “primitive” e “frivole”. Per un cattolico, l’opera di Tolkien giunge come un fiume di limpida fresca acqua in una fetida e malsana palude, portando con sé tutte le glorie scomparse con l’avvento della modernità, come la maestosità, la solennità, l’ineffabilità, il timore reverenziale, la purezza, la santità, l’eroismo e la stessa gloria. Descartes e Hume avrebbero delle difficoltà a spiegare cos’è la gloria usando il loro vocabolario e i loro successori, tristi, non hanno la minima idea di ciò che è andato perduto. Tolkien forse ha reintrodotto i poveri figli della modernità alla Gloria.

Pubblicato il maggio 18, 2013, in Cinema, cosmogonia, creature, Curiosità, Giornalismo, Guide, interviste, Libri, Lo Hobbit, Mitoligia, onomastica, Personaggi, religione, Silmarillion, sito internet, spiritualità, Traduzioni con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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